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	<title>Familia Italiana en Menorca &#187; Centro Studi e Documentazione</title>
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	<description>Centro cultural y social de la comunidad italiana</description>
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		<title>Armistizio: Bilancio dei danni</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 15:14:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Centro Studi e Documentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[La perdita della Roma e le altre navi La prima rappresaglia nazista, la prima vendetta seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, appena 20 ore dopo l’annuncio di Badoglio, fu attuata contro le navi della Regia Marina ed ebbe un costo spaventoso, altissimo, per la perdita di mezzi navali e soprattutto di vite umane, a cominciare  dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>La perdita della Roma e le altre navi</h2>
<p>La prima rappresaglia nazista, la prima vendetta seguita all’armistizio dell’8 settembre 1943, appena 20 ore dopo l’annuncio di Badoglio, fu attuata contro le navi della Regia Marina ed ebbe un costo spaventoso, altissimo, per la perdita di mezzi navali e soprattutto di vite umane, a cominciare  dalla corazzata Roma.</p>
<p>Insieme alla Roma furono perdute altre quattro navi: il Da Noli e il Vivaldi nelle Bocche di Bonifacio, il Pegaso e l’Impetuoso autoaffondate dai loro comandanti nel “Canale di Minorca”, nell’arcipelago delle Baleari. In totale perirono 1700 uomini e affondarono cinque navi.</p>
<div id="attachment_1059" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1059" title="Impetuoso" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/Ct_impetuoso-300x225.jpg" alt="Impetuoso" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Impetuoso</p></div>
<p>Si è scritto e documentato molto delle vicende della Roma, ma non tutto è chiaro e dettagliato circa le tragiche conseguenze, o per meglio dire, i danni collaterali che colpirono in modo diretto e inconsapevole, uomini e mezzi presi di mira da coloro che fino al giorno prima erano stati gli alleati forti dell’Asse Roma &#8211; Berlino.</p>
<p>Cominciamo dai cacciatorpediniere Da Noli e Vivaldi che partiti uno da Genova e l’altro da La Spezia la notte dell’8 settembre del 43, erano in vista del porto di Civitavecchia, dove avrebbero dovuto imbarcare la famiglia reale e tutto lo Stato Maggiore del governo, per condurli a La Maddalena, in un territorio italiano ritenuto libero da forze straniere. Il Re con il capo del governo Badoglio e alcuni ministri tra cui quello della Marina ammiraglio Raffaele De Courten, avrebbero dovuto incontrarsi con la flotta delle navi da battaglia che proveniva dai Porti di La Spezia e Genova agli ordini dell’Ammiraglio Bergamini e che costituiva l’ultimo baluardo di unità del Paese essendo la flotta ancora quasi del tutto integra e compatta nella fedeltà al Re.</p>
<div id="attachment_1060" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1060" title="Da Noli" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/da_noli-300x135.jpg" alt="Da Noli" width="300" height="135" /><p class="wp-caption-text">Da Noli</p></div>
<p>Le clausole armistiziali, note benissimo soltanto al re, al capo del governo e un paio di altri generali, prevedevano però che la flotta sarebbe dovuta andare verso il Porto di Bona dove avrebbe dovuto incontrare la flotta alleata alla quale consegnarsi e non in un Porto italiano.</p>
<p>C’è da rilevare anche che in Sardegna in quel momento si contavano almeno 30.000 soldati tedeschi della 90ª divisione corazzata, più altri in Corsica che iniziavano il ripiegamento con mezzi navali attraverso le acque delle Bocche di Bonifacio, senza alcun disturbo e con il beneplacito dei comandanti militari italiani della Sardegna. Si dirigevano verso la zona di Cassino dove avrebbero reso difficile la vita alle avanguardie alleate per ancora molto tempo.</p>
<div id="attachment_1061" class="wp-caption alignleft" style="width: 196px"><img class="size-medium wp-image-1061" title="Fulgosi" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/Fulgosi1-186x300.jpg" alt="Fulgosi" width="186" height="300" /><p class="wp-caption-text">Fulgosi</p></div>
<p>Il cacciatorpediniere Antonio da Noli era stato impostato nei Cantieri Navali del Tirreno di Riva Trigoso nel 1927 e varato nel 1929 come esploratore leggero.</p>
<p>Aveva iniziato la sua carriera operativa dopo i primi lavori di modifica del 1930, partecipando alla missione in appoggio agli idrovolanti di Italo Balbo durante la famosa trasvolata Italia-Brasile. Successivamente aveva partecipato alle operazioni di appoggio navale italiano alle truppe del Generale Franco durante la guerra civile spagnola.</p>
<p>All&#8217;inizio del secondo conflitto mondiale, venne quasi subito destinato all’attività di scorta ai convogli per l&#8217;Africa Settentrionale, posa mine, pattugliamento e soccorso.</p>
<p>Per ironia della sorte, fu incredibilmente protagonista di due collisioni con unità amiche. Da entrambe ebbe gravi danni che lo fermarono per alcuni mesi di riparazioni. Rientrò in servizio operativo nell&#8217;agosto del 1943 in tempo per l&#8217;armistizio dell&#8217;8 settembre. Lo comandava il capitano di fregata  Pio Valdambrini.</p>
<p>Il cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, era entrato in servizio nella primavera del 1930 come esploratore leggero.</p>
<p>Partecipò anche lui alle operazioni di appoggio navale nella guerra civile spagnola e allo scoppio del secondo conflitto mondiale, come capo della XIV Squadriglia Cacciatorpediniere con base a Taranto, partecipò a numerose missioni di squadra e di scorta ai convogli. Per il valore dimostrato si meritò la medaglia d&#8217;argento.</p>
<p>Tra le azioni compiute, due sono particolarmente importanti: lo speronamento con conseguente affondamento del sommergibile inglese Oswald il 1º agosto 1940, nelle acque della Sicilia orientale e lo scontro di Pantelleria (15 giugno 1942) in cui il Vivaldi, comandato dal Capitano di Vascello Ignazio Castrogiovanni (Medaglia d&#8217;Oro al Valor Militare alla memoria), insieme al Malocello alle ore 05,44 fu inviato dall’ammiraglio Da Zara, all&#8217;attacco dei mercantili nel convoglio inglese. Il comandante nemico Hardy a sua volta manda al contrattacco le sue unità leggere, quattro cacciatorpediniere: il Badsworth, Blankney, Icarus e Kujawiak, cui si aggiungono subito dopo altri cinque, il  Bedouin, Ithuriel, Marne, Matchless e Partridge.</p>
<div id="attachment_1062" class="wp-caption alignright" style="width: 211px"><img class="size-medium wp-image-1062" title="Giuseppe Marini" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/giuseppe_Marini1-201x300.jpg" alt="Giuseppe Marini" width="201" height="300" /><p class="wp-caption-text">Giuseppe Marini</p></div>
<p>Fatto segno a un pesante fuoco di artiglieria e un fitto lancio di siluri il Vivaldi alle 06,15 viene colpito da un proiettile che scoppia nei locali della motrice di prora.  Subisce anche danni al timone, rimanendo immobile, ma non impotente. La sua reazione insieme a quella del Malocello che lo assiste avvolgendolo con cortine di fumo, fu tanto violenta che  colpì e affondò il Bedouin e il Partridge costringendo gli inglesi a ripiegare, anche per non allontanarsi troppo dal convoglio che dovevano proteggere.</p>
<p>Con un incendio pauroso a bordo il Vivaldi, riesce con i propri mezzi a raggiungere il Porto di Trapani dove sbarca dieci caduti, difendendosi ancora da ripetuti attacchi aerei. Pochi giorni dopo raggiunge Napoli, dove rimane in riparazione per dieci mesi.</p>
<p>Impegnato nel medio Tirreno, subisce ancora svariati attacchi aerei, che lo costringono ancora a Genova per riparazioni, dove fu sorpreso dalla proclamazione dell&#8217;armistizio. Lo comandava il capitano di vascello Francesco Camicia.</p>
<p>Durante la navigazione alle 07.41 del 9 settembre, in vista di Civitavecchia, poiché sua maestà il Re aveva optato per la propria incolumità, preferendo scappare per altra via più sicura, le due navi ricevettero l’ordine di portarsi nella zona delle Bocche di Bonifacio con l’intento di unirsi alla squadra navale dell’ammiraglio Bergamini e contemporaneamente contrastare le forze tedesche che agivano in quel tratto di mare. Abbiamo già visto che era in corso il ripiegamento in Corsica della 90ª divisione che lasciava la Sardegna con grande tensione, ma senza combattimenti, come da accordi presi in precedenza con i comandanti italiani dell’Isola. I primi scontri avvengono al largo dell&#8217;isola di Razzoli poco a Nord de La Maddalena. C’è da domandarsi se il responsabile che diede quell’ordine, avesse ponderato attentamente circa l’opportunità di mettere mano alle armi, considerando ciò che stava accadendo in quel delicato momento nella zona de La Maddalena e delle acque circostanti.</p>
<p><strong>Il Da Noli</strong>, dopo un violento scontro a fuoco con le batterie costiere e unità navali tedesche, urtò una mina che lo fece affondare rapidamente, spezzandosi in due, alle 17.50 del 9 settembre 1943. Soltanto poco più di un’ora dall’affondamento della corazzata Roma, nelle stesse acque. Vi furono solo 39 superstiti dei 257 componenti l&#8217;equipaggio. Fra i morti il comandante Pio Valdambrini con tutti gli uomini che si trovavano in plancia comando in quel momento. In totale si contano ancora 218 caduti.</p>
<div id="attachment_1063" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1063" title="Orsa torpediniera" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/Orsa-torpediniera-300x215.jpg" alt="Orsa torpediniera" width="300" height="215" /><p class="wp-caption-text">Orsa torpediniera</p></div>
<p><strong>Il Vivaldi</strong> a sua volta colpisce e affonda alcune motovedette e ne costringe altre alla fuga, ma viene a sua volta colpito dal fuoco delle batterie costiere della Corsica, che i tedeschi avevano nel frattempo sottratto agli italiani con un riuscito colpo di mano. Riporta gravi danni allo scafo e alle caldaie e finisce su un campo minato a Sud di Capo Fenu, rimanendo immobilizzato.</p>
<p>Riesce a proseguire precariamente la navigazione con una sola macchina, quando viene attaccato tra le 19.00 e le 20.00 da uno dei Dornier 217 del II. KG.100 e riceve il colpo di grazia con una bomba radiocomandata Henschel 293.</p>
<p>Sempre con una sola caldaia in funzione riesce a trascinarsi al di là dell&#8217;Asinara fino ad arrestare la sua corsa intorno alle 5,30 del 10 settembre, quando il comandante Camicia emana l&#8217;ordine di autoaffondare e abbandonare la nave.</p>
<div id="attachment_1064" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1064" title="Pegaso" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/Pegaso-300x227.jpg" alt="Pegaso" width="300" height="227" /><p class="wp-caption-text">Pegaso</p></div>
<p>Il Capitano di Corvetta Alessandro Cavriani e il Capo meccanico Virginio Fasan, dalle scialuppe di salvataggio si gettano in mare e a nuoto ritornano a bordo del Vivaldi per affrettarne la fine. Li vedranno scomparire in mare insieme alla  nave, con il saluto alla bandiera. Per il loro eroismo sono stati insigniti della Medaglia d&#8217;oro al Valor Militare alla Memoria. Dell&#8217;equipaggio del Vivaldi muoiono 58 uomini e ne sopravvivono 240.</p>
<p>Dei 279 naufraghi di entrambe le navi le notizie riportate da varie fonti non sono concordi su come furono salvati. Tentiamo una sintesi.</p>
<p>Una parte dei naufraghi viene condotta in Corsica da un idrovolante tedesco di soccorso che ne prende a bordo 23, quasi tutti feriti. Altri 3 idrovolanti della Luftwaffe con le insegne della Croce Rossa, provenienti da Livorno, ammarrano vicino ad alcune zattere di salvataggio cariche di uomini e mentre iniziano l’imbarco dei feriti, sono attaccati da un quadrimotore americano che intima a quelli che già erano a bordo di abbandonare gli aerei che prontamente vengono incendiati, uccidendo due feriti gravi che erano rimasti all’interno.</p>
<div id="attachment_1065" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1065" title="Taranto 23 gennaio 1945" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/Taranto.23-gennaio-1945A.regolo-MitrFucCar-rientrano-dalla-Spagna.-300x163.jpg" alt="Taranto 23 gennaio 1945" width="300" height="163" /><p class="wp-caption-text">Taranto 23 gennaio 1945</p></div>
<p>All’1,30 dell’11 settembre, un giorno dopo l’affondamento, altri 47 naufraghi vengono riscattati da una motovedetta tedesca insieme al personale degli idrovolanti incendiati e condotti in Corsica. Altri due sono ricuperati da un idrovolante americano. La sera del 12. circa una quarantina di superstiti, molti del <strong>Da Noli</strong>, vengono intercettati da un sommergibile inglese, lo “Sportsman” che li conduce ad Algeri in un campo di prigionieri, da dove poi torneranno prima in Spagna dopo un viaggio drammatico in mare su imbarcazioni fatiscenti in condizioni al limite della sopravvivenza e infine in Italia. Un altro gruppo di sette sopravvissuti del <strong>Vivaldi</strong>, dopo sette giorni in balia del mare, arriva a Mahón il 16 settembre sulla  motozattera MZ 780, proveniente dalla Capraia, dopo essere sfuggita fortunosamente ai tedeschi.</p>
<p>Nelle acque delle Bocche di Bonifacio, in aiuto ai naufraghi sono arrivati tedeschi, inglesi e americani, ma gli italiani di Marisardegna, dove sono? Le corvette <strong>Danaide</strong> e <strong>Minerva</strong> alla fonda lungo le coste della Gallura, in cala Capra la prima  e in cala Saline la seconda, perché non sono state inviate alla ricerca dei naufraghi?</p>
<p>In oltre 65 anni, niente è rimasto attaccato alla porcellana delle due torpediniere <strong>Pegaso</strong> e <strong>Impetuoso</strong>, 90 metri di lunghezza, affondate all’alba, in assoluto silenzio dai loro comandanti il 12 settembre del 1943.</p>
<div id="attachment_1066" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1066" title="Vivaldi" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/09/vivaldi-300x147.jpg" alt="Vivaldi" width="300" height="147" /><p class="wp-caption-text">Vivaldi</p></div>
<p>Tre WC di ceramica bianca, apparsi agli occhi di tre subacquei, sono gli unici elementi inalterati rimasti sul fondo in acque maiorchine, nella Spagna neutrale. I resti corrosi dalla pressione, le alghe e le formazioni coralline, riposano a circa 100 metri di profondità, adagiati su un fianco, nel canale di Minorca, a dieci miglia da Capo Formentor. Le due navi facevano parte della scorta alla flotta da battaglia e avevano preso parte al recupero dei naufraghi della <strong>Roma</strong> salvandone circa 120.</p>
<p>Data la differenza di velocità con le altre navi della squadriglia di salvataggio, furono subito lasciate libere di manovra, costituendo quindi una nuova squadriglia al comando del capitano di vascello Riccardo Imperiali, comandante del <strong>Pegaso</strong>. Durante la navigazione furono ripetutamente attaccate da aerei tedeschi, ma subirono danni di scarsa importanza. Bisognosi di assistenza per le avarie subite e di nafta, si recarono verso la costa di Nord-Est di Maiorca. Contemporaneamente anche la torpediniera <strong>Orsa</strong> comandata dal capitano di corvetta Gino Azzo del Pin, che aveva preso parte al recupero dei naufraghi, a corto di carburante dirigeva autonomamente nella stessa direzione.</p>
<p>Giunti nella Baia di Pollenza, dopo aver sbarcato i feriti e i naufraghi della <strong>Roma</strong>, i comandanti chiesero di essere riforniti di acqua e carburante per poter ripartire, ma le loro richieste non furono accolte.</p>
<p>A corto di rifornimenti, conoscendo le norme internazionali per le navi di paesi in guerra in porti neutrali, che passate 24 ore dal loro arrivo, sarebbero state internate nel porto fino alla fine della guerra, tanto il comandante Cigala Fulgosi del “<strong>Impetuoso</strong>”, come Riccardo Imperiali del “<strong>Pegaso</strong>”, dopo essere usciti con le loro navi dalla baia, spiegarono ai propri equipaggi il dovere che avevano di impedire che le navi cadessero in mani nemiche. Non si fidavano della neutralità degli spagnoli e temevano che questi ultimi li avrebbero consegnati agli alleati che per loro rimanevano sempre dei nemici.</p>
<p>Sconcertati per la resa dell’Italia, inseguiti dagli ex alleati tedeschi, senza notizie dal comando in capo di Roma e neppure dagli alleati, i due comandanti decisero che le loro moderne navi non avrebbero alzato altra bandiera. L’unica alternativa, farle scomparire in fondo al mare. All’alba del 12 settembre, alle 05,03 in meno di 50 minuti, il mare le inghiottì.</p>
<p>I naufraghi arrivarono in porto a Pollenza con alcune zattere di salvataggio, alcuni anche a nuoto e altri con l’aiuto di barche da pesca locali. Giunti a terra, furono soccorsi e confinati in un capannone della base di idrovolanti di Pollenza. I 624 uomini dei due equipaggi rimasero internati in Spagna fino all’estate del 1944, poco dopo la liberazione di Roma. L’<strong>Orsa</strong> rimasta completamente a secco di combustibile fu rimorchiata fino al porto di Palma de Mallorca.</p>
<p>Le altre unità che avevano partecipato al riscatto dei naufraghi della <strong>Roma</strong>: l’incrociatore <strong>Attilio Regolo</strong>, i cacciatorpediniere <strong>Carabiniere</strong>,  <strong>Mitragliere</strong> e <strong>Fuciliere</strong>, alle quali si aggiunsero in un secondo tempo anche la torpediniera <strong>Orsa</strong> proveniente da Palma de Mallorca  con la Motozattera MZ780,  rimasero internate nel Porto di Mahón a Menorca per 16 mesi fino al gennaio de 1945, quando il comandante della flottiglia capitano di vascello Giuseppe Marini che aveva esemplarmente lottato per la sua squadriglia e per i suoi uomini, poté finalmente fare ritorno in Patria con le sue navi al completo, avendo ancora la possibilità di partecipare agli ultimi mesi della guerra di liberazione del Paese. Gli equipaggi di quelle navi internate ammontavano a circa 2000 uomini.</p>
<p>Questi in estrema sintesi gli ultimi danni provocati alla Regia Marina dalla disastrosa gestione non solo di un intervento bellico voluto dal regime fascista al quale l’Italia era totalmente impreparata, ma anche da un disastroso armistizio firmato nella massima segretezza dal generale Castellano il 3 settembre del 1943, ben 5 giorni prima della proclamazione ufficiale, obbligata, del maresciallo Badoglio. L’annuncio di Radio Algeri dello stesso generale Eisenhower ne aveva forzato i tempi.</p>
<p>Una delle cause fondamentali della tragedia cominciata con l’affondamento della nave Roma è da attribuirsi principalmente alla mancata conoscenza delle trattative in corso con gli alleati del Capo di Stato Maggiore e ministro della Regia Marina, ammiraglio Raffaele De Courten, e la mancata partecipazione alle stesse di esponenti della Marina che avrebbero potuto almeno far presente la necessità ineludibile di una copertura aerea alla flotta in navigazione.</p>
<p>La testarda insistenza, dopo aver firmato e accettato le clausole di un armistizio senza condizioni, di voler concentrare la flotta del Tirreno in acque della Sardegna invece di farla navigare verso Bona in Algeria a incontrare la flotta alleata, come stabilito tassativamente dalle clausole, confidando fino all’inverosimile nella capacità di convincere i vincitori di fare quello che avevano pensato loro, fu una presunzione che aggravò ancora di più ogni cosa.</p>
<p>La confusione, le ambiguità, la mancanza di informazioni e di coordinamento tra Supermarina, i comandi della flotta e delle basi a terra, in particolare del Nord Sardegna, compresa l’inettitudine di alcuni alti comandanti, nonostante numerosi atti di valore individuale di molti, hanno determinato quella immane tragedia che dopo quasi settant’anni ancora turba le coscienze di molti italiani e non sopisce la rabbia degli ultimi sopravvissuti, che ancora si domandano il perché.</p>
<p>La Seconda Guerra Mondiale ebbe un costo di vite umane per la Regia Marina  di trentatremila  morti dispersi nel Mare Mediterraneo ai quali bisogna aggiungere oltre ventitremila soldati dell’esercito trasportati sulle navi verso i vari fronti di guerra.<br />
Dal mese di giugno 1940 alla fine di settembre 1943 la Regia Marina aveva perso all’incirca 390 unità per un totale complessivo di circa 470.500 tonnellate di naviglio.</p>
<p><em>Bibliografia</em></p>
<p><em>Le Memorie dell’Ammiraglio De Courten</em> USMM editore.<br />
<em>Una tragedia Italiana </em>di Andrea Amici <em>Longanesi editore</em>.<br />
<em>Le Navi da Guerra italiane internate alle Baleari dopo l’8 settembre</em> di Giuliano Marenco <em>Lampi di stampa editore</em>.<br />
<em>La Battaglia che non fu Mai </em>di Gian Carlo Tusceri <em>Paoli Sobra  editore. </em><br />
<em>Fucilate gli Ammiragli </em>di Gianni Rocca <em>Mondadori editore.</em><br />
<em>Per l’Onore dei Savoia </em>di Arturo Catalano Gonzaga <em>Mursia editore.</em></p>
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		<title>Capitano di Vascello Adone Del Cima comandante della corazzata Roma</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 10:41:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il comandante della corazzata Roma era il Capitano di Vascello Adone Del Cima, nato nel 1898 a Torre del Lago in provincia di Lucca, la patria di Giacomo Puccini. Entrato all’Accademia Navale di Livorno uscì Guardia Marina nel 1917. Fu l’unico comandante della Corazzata Roma che ebbe in consegna, quando era ancora in approntamento, curando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1020" class="wp-caption alignleft" style="width: 311px"><img class="size-full wp-image-1020" title="Capitano Adone Del Cima, disperso" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/07/Adone-Del-Cima-disperso.jpg" alt="Capitano Adone Del Cima, disperso" width="301" height="490" /><p class="wp-caption-text">Capitano Adone Del Cima, disperso</p></div>
<p>Il comandante della corazzata Roma era il Capitano di Vascello Adone Del Cima, nato nel 1898 a Torre del Lago in provincia di Lucca, la patria di Giacomo Puccini.</p>
<p>Entrato all’Accademia Navale di Livorno uscì Guardia Marina nel 1917.</p>
<p>Fu l’unico comandante della Corazzata Roma che ebbe in consegna, quando era ancora in approntamento, curando personalmente l’allestimento dell’unità, unitamente all’addestramento dei suoi marinai. Morì con la nave insieme alla gran parte del suo equipaggio all’età  di 45 anni quel tragico 9 settembre del 1943 nel golfo dell’Asinara.</p>
<p>Fu decorato con la medaglia d’argento alla memoria che non fu però consegnata alla famiglia fino al 2005 per merito dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in una cerimonia organizzata con 62 anni di ritardo a Torre del Lago Puccini.</p>
<div id="attachment_1022" class="wp-caption alignright" style="width: 154px"><img class="size-full wp-image-1022  " title="Viareggio monumento a Adone Del Cima" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/07/viareggio_monumento_a_del_cima.jpg" alt="Viareggio monumento a Adone Del Cima" width="144" height="216" /><p class="wp-caption-text">Viareggio monumento a Adone Del Cima</p></div>
<p>La celebrazione si concluse con lo scoprimento di un cippo commemorativo e la presentazione di una biografia del comandante Adone del Cima a cura  di Marco Gemignani per le edizioni Rai, oramai introvabile, seguita dalla proiezione di un film sulle vicende della corazzata Roma, realizzato dall’istituto Luce.</p>
<p>Dopo oltre sessant&#8217;anni gli storici hanno riconosciuto al sacrificio della Roma e dei suoi uomini l&#8217;onore dovuto ai militari italiani che scelsero di  servire la Patria, anche a costo della propria vita.</p>
<p>Bisogna riconoscere che in tutti questi anni si è parlato poco e che, purtroppo, ci sono scarse notizie sulla carriera e sulla personalità del comandante Del Cima. Sicuramente la sua vita è stata ricca di valori nobili nel significato più alto, dai quali trarre insegnamento. È nota soltanto l’ultima lettera che il comandante aveva scritto a sua madre prima della partenza per quel tragico appuntamento con il destino ed è chiaro come avesse avuto un presentimento su ciò che poteva accadere e che accadde, date le condizioni drammatiche in cui si trovava l’Italia e la stessa Marina.</p>
<p>Così scriveva a sua madre:</p>
<blockquote><p>8 settembre 1943,  Mia mamma adorata, se giungendovi questo mio scritto, qualche cosa mi fosse accaduto, pensate che il mio ultimo pensiero `w stato per la mia Patria e per voi che ho adorato più di me stesso. La storia giudicherà gli avvenimenti e comprenderà la nostra sorte. Baciatemi tutti e in particolare Romana e violetta che tanto ho in mente con la mia marina cui tutte le mie energie ho donato. Alle care sorelle e a voi lascio quel poco che posseggo, sotto la guida dei cari Tonino e Gino, perdonatemi e beneditemi: Vi abbraccio e bacio con infinita dolcezza. Adone.</p></blockquote>
<div id="attachment_1026" class="wp-caption aligncenter" style="width: 461px"><img class="size-full wp-image-1026" title="Biografia di Adone Del Cima" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/07/Biografia-di-Adone-Del-Cima.jpg" alt="Biografia di Adone Del Cima" width="451" height="640" /><p class="wp-caption-text">Biografia di Adone Del Cima</p></div>
<p>Da questa lettera traspare la profonda umanità e l’amore per la sua famiglia, di un uomo dedito ai suoi compiti, intesi come missione e dovere, al servizio della sua Patria e dei suoi cari.</p>
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		<title>I monumenti e i luoghi che ricordano la Nave Roma</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 18:41:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo sessantasette anni dalla tragedia della corazzata Roma, il giorno 11 giugno del 2010 a Barletta in provincia di Bari, la locale associazione dei Marinai d’Italia, ha eretto e inaugurato l’ultimo monumento, in ordine di tempo, in memoria dei caduti della Roma. Dopo tanti anni, quando il numero dei sopravvissuti a quell’evento è rimasto solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo sessantasette anni dalla tragedia della corazzata Roma, il giorno 11 giugno del 2010 a Barletta in provincia di Bari, la locale associazione dei Marinai d’Italia, ha eretto e inaugurato l’ultimo monumento, in ordine di tempo, in memoria dei caduti della Roma.</p>
<p>Dopo tanti anni, quando il numero dei sopravvissuti a quell’evento è rimasto solo un esiguo manipolo di ultraottantenni, è motivo di commozione e di speranza vedere che uomini sensibili ancora ricordano quell’avvenimento e sentono il dovere, tributandogli un ulteriore riconoscimento,   di onorare tutti quegli uomini che con il loro sacrificio ci hanno insegnato, i valori assoluti ed eterni che contraddistinguono la civiltà dei popoli  liberi.</p>
<p>La crudele rappresaglia nazista contro il popolo italiano cominciò contro la nave Roma, poche ore dopo l’annuncio dell’armistizio. I caduti della Roma sono, i primi martiri della resistenza dell’Italia contro il nazifascismo  e gli iniziatori del  riscatto dell’onore dell’intera nazione.</p>
<p>Alcuni anni dopo quegli avvenimenti, cominciarono ad essere intitolate Strade e Piazze ed eretti monumenti che ricordano l’ammiraglio Bergamini il comandante della nave Adone Del Cima e quelli della Roma., insieme a quanti hanno sacrificato la vita per il Paese.</p>
<p>Di seguito indichiamo quelli principali:</p>
<p><strong>Barletta</strong> &#8211; 11 giugno 2010 inaugurazione monumento ai Caduti della Roma</p>
<div id="attachment_1013" class="wp-caption aligncenter" style="width: 230px"><img class="size-full wp-image-1013" title="Barleta - monumento ai Caduti della Roma" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/roma21.jpg" alt="Barleta - monumento ai Caduti della Roma" width="220" height="294" /><p class="wp-caption-text">Barleta - monumento ai Caduti della Roma</p></div>
<p><strong>Livorno</strong> &#8211; Accademia Navale. 25 maggio 1947, busto in bronzo dell’ Ammiraglio Carlo Bergamini</p>
<p><strong>Sardegna</strong> &#8211; Scoglio di Santo Stefano a La Maddalena: 9 settembre 1949 Cippo commemorativo per la Roma, il Vivaldi e il Da Noli.</p>
<div id="attachment_1012" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1012" title="Scoglio di Santo Stefano a La Maddalena" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/Caduti_corazzata_Roma-300x225.jpg" alt="Scoglio di Santo Stefano a La Maddalena" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Scoglio di Santo Stefano a La Maddalena</p></div>
<p><strong>Minorca Isole Baleari</strong> &#8211; Il 29 settembre 1950 la Marina Militare fa erigere nel Cimitero di Mahón  , il Mausoleo dove riposano i corpi dei 26 caduti della Roma, gli unici che hanno avuto una degna sepoltura in terra.</p>
<div id="attachment_1014" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1014" title="Mausoleo dove riposano i corpi dei 26 caduti della Roma" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/Mausoleo-dove-riposano-i-corpi-dei-26-caduti-della-Roma-300x199.jpg" alt="Mausoleo dove riposano i corpi dei 26 caduti della Roma" width="300" height="199" /><p class="wp-caption-text">Mausoleo dove riposano i corpi dei 26 caduti della Roma</p></div>
<p><strong>San Felice sul Panaro</strong> &#8211; città natale dell’ammiraglio Bergamini il 2 giugno 2005 la figlia Signora Luciana Bergamini inaugurava il monumento in Viale Campi, nel Parco Marinai  d’Italia.</p>
<div id="attachment_1011" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1011" title="San Felice sul Panaro - monumento in Viale Campi" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/inaugurazione_marinai-300x225.jpg" alt="San Felice sul Panaro - monumento in Viale Campi" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">San Felice sul Panaro - monumento in Viale Campi</p></div>
<p><strong>Porto Torres</strong> &#8211;  Nel 1993  nasce il monumento ai caduti della Roma.</p>
<div id="attachment_1010" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1010" title="Porto Torres - nasce il monumento ai caduti della Roma" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/ANCORA1-300x225.jpg" alt="Porto Torres - nasce il monumento ai caduti della Roma" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Porto Torres - nasce il monumento ai caduti della Roma</p></div>
<p><strong>Torre del Lago Puccini (Viareggio)</strong> &#8211; la stele commemorativa del comandante della Roma Capitano di Vascello Adone Del Cima.</p>
<div id="attachment_1009" class="wp-caption aligncenter" style="width: 210px"><img class="size-medium wp-image-1009" title="stele commemorativa del comandante della Roma Capitano di Vascello Adone Del Cima" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/viareggio_monumento_a_del_cima_1-200x300.jpg" alt="stele commemorativa del comandante della Roma Capitano di Vascello Adone Del Cima" width="200" height="300" /><p class="wp-caption-text">stele commemorativa del comandante della Roma Capitano di Vascello Adone Del Cima</p></div>
<p>Isola del Rei Porto di Mahón. Il 10 settembre 2008 in occasione del sessantacinquesimo anniversario dell’arrivo dei naufraghi a Minorca, si inaugura all’Isola del Rey  nel porto di Mahón la sala Memorial Acorazado Roma.</p>
<div id="attachment_1015" class="wp-caption aligncenter" style="width: 310px"><img class="size-medium wp-image-1015" title="Sala Memorial Acorazado Roma" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/06/Sala-Memorial-Acorazado-Roma-300x225.jpg" alt="Sala Memorial Acorazado Roma" width="300" height="225" /><p class="wp-caption-text">Sala Memorial Acorazado Roma</p></div>
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		<title>L’Ingegnere Umberto Pugliese progettista della corazzata Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 06:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Centro Studi e Documentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Isacco Umberto Pugliese era di famiglia ebrea ed era nato ad Alessandria  il 13 gennaio del 1880 da Giuseppe Salom e Giuseppina Treves. Aveva avuto un fratello, morto ancora in fasce e una sorella minore, Gemma. Ancora tredicenne, fu ammesso alla Regia Accademia Navale da dove uscì cinque anni dopo con il grado di Guardiamarina. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_992" class="wp-caption alignleft" style="width: 190px"><img class="size-full wp-image-992" title="ingegnere Umberto Pugliese" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/04/ingegnere-Umberto-Pugliese.jpg" alt="ingegnere Umberto Pugliese" width="180" height="240" /><p class="wp-caption-text">ingegnere Umberto Pugliese</p></div>
<p>Isacco Umberto Pugliese era di famiglia ebrea ed era nato ad Alessandria  il 13 gennaio del 1880 da Giuseppe Salom e Giuseppina Treves. Aveva avuto un fratello, morto ancora in fasce e una sorella minore, Gemma.</p>
<p>Ancora tredicenne, fu ammesso alla Regia Accademia Navale da dove uscì cinque anni dopo con il grado di Guardiamarina. Nel 1901 dopo aver compiuto gli studi presso la scuola superiore navale di Genova si laurea in ingegneria navale ed entra l’anno successivo a far parte del Genio Navale.</p>
<p>Come primo incarico, fu destinato presso il Cantiere navale di Castellamare di Stabbia e successivamente all’Arsenale di La Spezia. Subito dopo s’imbarcò sulle corazzate Vittorio Emanuele e Regina Margherita, partecipando ai soccorsi per il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908 dove si distinse, meritando una menzione d’onore.</p>
<p>Nel 1912 fu assegnato al comitato per l’esame dei progetti navali e nel decennio successivo collaborò con il generale Edgardo Ferrati ai progetti delle navi da battaglia. In questo periodo prese parte a numerose commissioni internazionali tecniche sui vari problemi inerenti la costruzione delle navi.</p>
<p>Una sua idea per la protezione delle navi dalle esplosioni subacquee ebbe una notevole risonanza sulla stampa tecnica mondiale e fu oggetto di importanti applicazioni. Era la cosiddetta “struttura ad assorbimento” costituita da grossi cilindri d’acciaio, vuoti all’interno e di scarsa resistenza, contenuti in una struttura molto più resistente riempita d’acqua. Tutto il complesso correva in entrambi i lati dello scafo all’altezza della linea di galleggiamento. Se la nave era colpita da un siluro o da una mina, il cilindro si deformava riempiendosi d’acqua. In questo modo si assorbiva una gran parte di energia dell’esplosione, impedendo la rottura delle paratie stagne interne.</p>
<p>Per i suoi studi e le sue intuizioni, nel 1920 Pugliese ricevette dal Ministro italiano della Marina la medaglia d’oro di prima classe, accompagnata da un premio in denaro di 10.000 Lire. Rinunziò, a beneficio dello Stato, sia a quello che a tutti i proventi derivati dai suoi brevetti. Nel 1921 durante il varo a Riva Trigoso della Regia Nave Brennero, oggetto dell’applicazione dei suoi studi sulla sicurezza subacquea dei trasporti in mare, fu insignito <em>motu proprio</em> di S.M. il Re, della Commenda della Corona d’Italia.</p>
<p>Nel 1925 tornò a dirigere il Cantiere Navale di Castellamare di Stabia, poi passò alle costruzioni navali nell’Arsenale di La Spezia dove rimase fino al 1931. In quel periodo oltre ad aver apportato importanti cambiamenti organizzativi negli organismi che dirigeva, aveva curato personalmente l’imbarco e il trasporto per via d’acqua  del colossale monolito istallato al Foro Mussolini (oggi Foro Italico).</p>
<p>Promosso Maggiore generale per meriti eccezionali, nel febbraio del 1931, assunse la direzione generale delle costruzioni navali e meccaniche presso il Ministero della Marina. In questo periodo ideò i nuovi torrioni di comando per le corazzate e gli incrociatori in sostituzione di quelli precedenti che essendo molto estesi, offrivano un ampio bersaglio alle offese nemiche ed erano privi di protezione. Quest’ultima realizzazione destò interesse nelle potenze straniere, tanto che fu adottata dalla Marina  Sovietica per i suoi incrociatori pesanti della classe Gorki.</p>
<p>Nel 1933 Pugliese fu obbligato ad iscriversi al Partito Nazionale Fascista come tutti quelli che, civili e militari, occupavano posti di rilievo nell’amministrazione dello Stato. Raggiunto il grado di Generale Ispettore, fu nominato presidente del Comitato progetto navi.</p>
<p>La Marina francese tra il 1932 e il 1934 aveva impostato le corazzate della classe Dunkerque. Il progressivo deterioramento della situazione internazionale, spinse l’Italia a prendere in considerazione la costruzione di nuove navi da battaglia da 35.000 tonnellate. Pugliese fu incaricato di proseguire gli studi per la progettazione di dette navi.</p>
<p>Avrebbero avuto un sistema di governo con tre timoni, l’applicazione del sistema Pugliese per la protezione subacquea, il sistema degli apparati di propulsione, per la prima volta, completamente protetti in modo indipendente, le corazzature principali di cintura rinnovate e potenziate per la protezione dai grossi calibri. I sistemi protettivi così rimodernati, permisero alle navi ripetutamente colpite, di ritornare con i propri mezzi alle basi, in condizioni di buona sicurezza e velocità.</p>
<p>Si arrivò infine all’impostazione delle corazzate della classe da 35.000 tonnellate, Littorio e Vittorio Veneto, in risposta alle quali, la Francia programmò la costruzione di due navi da battaglia da 35.000 tonnellate della Classe Richelieu.</p>
<p>Nel 1937 la Marina italiana, relativamente alle navi da battaglia, era nelle seguenti condizioni:</p>
<ul>
<li>Erano pronte a rientrare in servizio, dopo la ricostruzione, le navi della classe Cavour.</li>
<li>Era in fase di approntamento il varo delle unità della Classe Littorio.</li>
<li>Erano stati avviati i lavori di ammodernamento delle unità della Classe Duilio.</li>
</ul>
<p>Nonostante questo programma di notevole impegno, sia sotto il profilo quantitativo che qualitativo, si ritenne che non sarebbe stato sufficiente a bilanciare l’ insieme delle navi da battaglia britanniche e francesi nel Mediterraneo. Si decise così di impostare la costruzione di altre due navi da battaglia della Classe Littorio, precisamente la Roma e l’Impero che cominciò nel 1938.</p>
<p>L’Ingegnere Pugliese elaborò i piani di costruzione delle nuove navi, apportando solo lievi modifiche e migliorie rispetto alle precedenti, per non ritardare l’entrata in servizio delle due nuove unità, però il dislocamento risultò più elevato rispetto a quello delle prime unità della Classe.</p>
<p>Anche le navi portaerei furono oggetto di studio di Pugliese, e in una relazione dell’8 agosto 1938, Pugliese in veste di Presidente del comitato per i progetti delle navi, propone l’utilizzo di un piroscafo mercantile opportunamente modificato, soprattutto per fare esperienza di costruzione di questo tipo di navi, evidentemente un piroscafo così trasformato sarebbe servito solo a titolo di sperimentazione da farsi in tempo di pace.</p>
<p>La mancanza nella nostra Marina di una nave idonea al trasporto di mezzi aerei fu dovuta essenzialmente alla scarsa lungimiranza degli Alti Comandi e dello stesso Mussolini che, tra il 1925 e il 1935, scartarono più di un progetto relativo a queste navi. Atteggiamento poco attento che, tra l’autunno del 1940 e i primi mesi del 1941, dovette scontrarsi con la dura realtà dei fatti.</p>
<p>Accortisi dell’urgenza di sopperire con almeno due unità alla grave carenza, i tecnici iniziarono ad esaminare la questione, rendendosi però conto dell’impossibilità di approntare in tempi accettabili un nave idonea allo scopo. Il problema venne aggirato con la riconversione di due transatlantici il Roma e l´Augustus, diventati rispettivamente le portaerei Aquila e Sparviero.</p>
<p>La trasformazione del Roma in Aquila ebbe inizio alla metà del 1941 nei cantieri Ansaldo di Genova e proseguì fino all´armistizio del 8 settembre del 1943, che trovò l’unità quasi pronta al varo. Le forze di occupazione tedesche si impadronirono della portaerei italiana (la costruzione della Sparviero era stata abbandonata già all’inizio del ’43) e ne iniziarono il parziale smantellamento.</p>
<p>Successivamente, nel corso del 1944, l’Aquila venne danneggiata da attacchi aerei alleati ed infine, il 19 aprile 1945, semiaffondata da mezzi d&#8217;assalto subacquei della Marina Militare Italiana del Sud, per impedire che i tedeschi utilizzassero il grosso scafo per bloccare l&#8217;entrata del porto di Genova. Riportata a galla nel dopoguerra, nel 1949 l’Aquila venne rimorchiata a La Spezia dove venne definitivamente demolita.</p>
<p>Nel 1937 il Sovrano concesse a Pugliese l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce della Corona d’Italia. L’anno successivo il generale Ottavio Zoppi scrisse un articolo su Pugliese definendolo “italiano e soldato altamente benemerito”.</p>
<p>Ma, la sua carriere militare, così brillante e probabilmente irripetibile, fu troncata improvvisamente dalla promulgazione delle leggi razziali e Pugliese in quanto ebreo, fu esonerato dal servizio. L’ammiraglio Cavagnari, sottosegretario di stato della Marina, in data 24 novembre 1938 così gli scrive: <em>“In relazione alle disposizioni contenute nel R decreto-legge 17 novembre 1938 n. 1728, per la difesa della razza, vi comunico che a decorrere da domani siete considerato disponibile in attesa della dispensa dal servizio. Vi invito pertanto, a dare le consegne al Vice Presidente di Maricominav”.</em></p>
<p>Per un uomo che aveva dedicato tutta la sua vita alla Marina e che si sentiva profondamente parte dell’Istituzione, fu un colpo durissimo. Dovette anche dimettersi dalla Presidenza del Reparto di ingegneria navale del Consiglio Nazionale delle Ricerche. La follia che si stava scatenando sull’Europa aveva cominciato a travolgere anche l’ingegnere Pugliese.</p>
<p>Nel novembre del 1940 l’attacco di aereosiluranti inglesi alla base di Taranto, aveva  provocato danni gravissimi alle navi alla fonda in Mar Grande, comprese le corazzate Littorio, Duilio e Cavour. Le alte gerarchie della Marina non ebbero altra scelta che chiedere aiuto a Pugliese che partì immediatamente senza risentimenti e polemiche, con la sola condizione di indossare nuovamente la cara divisa militare. Anche in questo caso, la grande capacità  del generale fece si che le unità danneggiate potessero rientrare in servizio dopo solo pochi mesi di lavori.</p>
<p>Avvalendosi di alcune scappatoie previste dalla legislazione razziale italiana Pugliese era riuscito a rimanere in servizio. Infatti, era facoltà del ministro dell’interno, su istanza degli interessati, dichiarare non applicabile le disposizioni antisemite ad alcune categorie speciali (art.14 del R.D.L. n. 1728), compreso chi aveva acquisito “eccezionali benemerenze”. Si trattava della cosiddetta “<em>discriminazione”.</em> Nella seduta del 9 marzo 1939 la commissione riunita, espresse parere favorevole alla domanda di Pugliese in quanto “ creatore di importantissima innovazione nel campo delle costruzioni navali militari”. Due anni dopo, fu dichiarato da un apposito Tribunale non appartenente alla razza ebraica <em>(lo avevano ariannizzato)</em>, così nel luglio 1941 fu revocato il decreto con il quale era stato disposto il suo allontanamento e fu riammesso in servizio a disposizione del Ministero della Marina per incarichi speciali. Intanto era stato completato l’allestimento della corazzata Roma, mentre l’ultima nave da battaglia progettata da Pugliese (l’Impero) non fu mai varata.</p>
<p>Dopo l’8 settembre 1943 la politica antiebraica in Italia si trasformò in vera persecuzione. Nel gennaio 1944 Pugliese fu arrestato a Roma e portato in via Tasso da dove riuscì a farsi rilasciare. Resosi irreperibile, si trasferì nel Nord Italia alla ricerca della sorella Gemma che era stata arrestata a San Remo nel novembre 1943 e deportata ad Auschwitz dove aveva trovato la morte.</p>
<p>Nel dopo guerra lasciato il servizio attivo, l’ingegnere Pugliese fu per 15 anni Presidente dell’ Istituto nazionale per gli studi e le esperienze di architettura navale. Nel maggio 1954 fu collocato definitivamente a riposo per raggiunti limiti d’età. Il 15 luglio 1961 morì a Sorrento all’età di 81 anni, concludendo una vita interamente votata alla Marina e alla scienza delle costruzioni navali militari.</p>
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		<title>Biografia di Carlo Bergamini</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 13:57:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Articolo scritto da Pier Paolo Bergamini Carlo Bergamini nacque a San Felice sul Panaro, in provincia di Modena, il 24 ottobre del 1888. Sulla sua formazione influirono le tradizioni familiari: nonni Carbonari e padre Garibaldino (partecipò ai combattimenti di Bezzecca e di Montana) il quale, successivamente, dopo essersi laureato, divenne fedele dirigente dello Stato presso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Articolo scritto da Pier Paolo Bergamini</p></blockquote>
<p>Carlo Bergamini nacque a San Felice sul Panaro, in provincia di Modena, il 24 ottobre del 1888. Sulla sua formazione influirono le tradizioni familiari: nonni Carbonari e padre Garibaldino (partecipò ai combattimenti di Bezzecca e di Montana) il quale, successivamente, dopo essersi laureato, divenne fedele dirigente dello Stato presso il Ministero delle Finanze.</p>
<p>Una famiglia di forti tradizioni di integrità morale, dove sono stati sempre particolarmente presenti l&#8217;amore per la Patria e la dedizione verso le Istituzioni. Carlo Bergamini fu attratto dalla Marina a Bari dove Suo padre, Intendente di finanza, era stato trasferito con la famiglia per qualche tempo. Cosi, nel 1905 entrò in Accademia Navale di Livorno e ne uscì Guardia Marina il 1° dicembre 1908. La Sua viva intelligenza, la particolare disposizione per le scienze matematiche, una vasta cultura, le qualità spiccate di organizzatore e pianificatore, le Sue doti di comando in mare e la capacità di assumere con rapidità decisioni specie in situazioni difficili e gravi, la Sua completa dedizione alla Marina, gli consentirono di percorrere una brillante carriera.</p>
<p>Ma insieme alle sue qualità di studioso e le Sue capacità militari, spiccano, tra le Sue caratteristiche, la Sua grande umanità e l&#8217;affetto per i Suoi Uomini. I Suoi Ufficiali ed i Suoi Marinai erano per lui come dei figli, ed essi lo hanno sempre ricambiato con uguale affetto, devozione e fedeltà, fino all&#8217;ultimo sacrificio. La sua figura di studioso e la sua specializzazione in Artiglieria lo portarono a realizzare importanti invenzioni e innovazioni in vari settori dell&#8217;artiglieria navale. Anche per Suo merito la nostra Marina risultò, in tale campo, all&#8217;avanguardia rispetto alle altre Marine del tempo.</p>
<p>La Sua più importante realizzazione, in collaborazione con la Società Galileo di Firenze, fu un nuovo tipo di centrale di tiro navale e antiaereo particolarmente rapida e precisa. La Marina ebbe tale fiducia nelle sue capacità che, il 25/3/1931, pose al Suo comando la Squadriglia costituita dai CC.TT. &#8220;Nembo&#8221;, &#8220;Aquilone&#8221;, &#8220;Turbine&#8221; ed &#8220;Euro&#8221;, sui quali fece installare le nuove centrali di tiro. Un severo addestramento consentì la formazione di un gruppo di equipaggi altamente preparati. I risultali furono ottimi e tali centrali, sempre più perfezionate e sofisticate, furono installale su molte unità della Marina italiana. Lasciò tale Squadriglia il 15/9/1932.</p>
<p>Tra i suoi principali imbarchi e destinazioni si ricordano:</p>
<ul>
<li>Da Guardiamarina imbarcò sulla Corazzata &#8220;Regina Elena&#8221; (1909-1911), poi passò sulla R.N. &#8220;Vettor Pisani&#8221;, sede dell&#8217;Ispettorato delle Siluranti, ove si trovò all&#8217;atto dell&#8217;entrata in guerra dell&#8217;Italia contro la Turchia (29/9/1911). Sempre su tale Nave partecipò alle prime operazioni belliche di appoggio allo sbarco delle truppe italiane in Cirenaica e prese poi parte attiva a tutta la campagna di guerra 1911-1912.</li>
<li>Da Tenente di Vascello, imbarcato sulla R.N. &#8220;Pisa&#8221;, prima come 2° Direttore di Tiro e poi come 1° Direttore di Tiro, partecipò alla Prima Guerra Mondiale. Coadiuvò con il Comandante della Nave nell&#8217;organizzare efficacemente la difesa navale di Valona (1916). Il 2 ottobre 1918 prese parte al bombardamento di Durazzo, e per il comportamento tenuto in tale azione, fu decorato di Medaglia d&#8217;Argento al Valor Militare.</li>
<li>Sempre da Tenente di Vascello ebbe il primo comando navale, comandando la Torpediniera &#8220;28 A.S.&#8221; dal febbraio 1921 al gennaio 1922. Imbarcò in tale data sulla Corazzata &#8220;Doria&#8221; con l&#8217;incarico di Primo Direttore di Tiro, dove rimase fino al 27/9/1924.</li>
<li>Da Capitano di Fregata, per le Sue spiccate qualità di tecnico nel campo della Artiglieria navale, fu destinato, dal giugno 1929 al luglio 1931, alla Direzione Generale Armi ed Armamenti Navali del Ministero della Marina, dove si distinse per ingegno e rendimento, svolgendo opera attivissima nella soluzione del parecchi problemi relativi all&#8217;armamento delle Unità della Marina Militare.</li>
<li>Nel settembre del 1932 imbarcò sull&#8217;Esploratore &#8221;Leone&#8221; quale Comandante e Capo Squadriglia degli Esploratori &#8220;Leone&#8221;, &#8220;&#8216;Tigre&#8221; e &#8220;Pantera&#8221;.</li>
<li>Nel 1934 fu promosso Capitano di Vascello e fu nominato, dal novembre 1934 al Marzo 1936, Capo di Stato Maggiore della Seconda Squadra Navale, comandata dall&#8217;Ammiraglio Denti di Piraino, divenendone prezioso collaboratore. Imbarcò prima sull&#8217;Incrociatore &#8220;Giovanni dalle Bande Nere&#8221; e poi sull&#8217;Incrociatore &#8220;Duca d&#8217;Aosta&#8221;.</li>
<li>Nell&#8217;Agosto del 1937 fu nuovamente chiamato al Ministero della Marina presso la Direzione Generale delle Armi Navali.</li>
<li>Fu promosso Contrammiraglio il I&#8221; gennaio 1938 e il 1 gennaio 1939, Ammiraglio di Divisione, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, eccettuato un periodo di sette mesi di destinazione al Ministero all&#8217;Ispettorato per l&#8217;allestimento delle nuove navi, risultò sempre imbarcato.</li>
<li>Il 1 Agosto 1939 assunse il Comando della V Divisione Navale, alzando la Sua insegna prima sulla Corazzata &#8220;Cavour &#8220;e poi sulla Corazzata &#8220;Giulio Cesare&#8221;.</li>
<li>Il 7/5/1940, fu nominato Comandante della IX Divisione Navale e Capo di Stato Maggiore della la Squadra Navale, riuscendo, in brevissimo tempo, a portare ad alto grado di efficienza bellica le unità da Lui dipendenti.</li>
<li>Alzò successivamente l&#8217;Insegna sulla Corazzata &#8220;Vittorio Veneto&#8221; con la quale prese parte allo scontro navale di Capo Teulada (27/11/1940) dando prova di esemplari virtù militari, meritando la decorazione di Cavaliere dell&#8217;Ordine Militare di Savoia.</li>
<li>Il 24/7/1941 fu promosso Ammiraglio di Squadra, imbarcò nuovamente sul &#8220;Vittorio Veneto&#8221; e fu nominato Comandante della IX Divisione Navale e Comandante in Seconda della II Squadra Navale.</li>
<li>L&#8217;8 dicembre 1941, conservando l&#8217;incarico di Comandante in Seconda della II Squadra Navale, assunse il Comando della V Divisione Navale, imbarcando sulla Corazzata &#8220;Duilio&#8221; ed effettuò numerose navigazioni di scorta ai convogli nel Mediterraneo Centrale. I convogli da Lui scortati giunsero sempre a destinazione senza alcuna perdita di navi e di uomini.</li>
<li>IL 12/1/1942, sempre sul &#8220;Duilio&#8221;, venne nominato Comandante della II Squadra Navale, della VI Divisione Navale e Comandante in Seconda della I Squadra Navale.</li>
<li>IL 7/1/1943 imbarcò sulla Corazzata &#8220;Vittorio Veneto&#8221; ed assunse il Comando della I Squadra Navale e della III Divisione Navale.</li>
</ul>
<p>Infine il 5/4/1943 fu nominato Comandante in Capo delle Forze Navali da Battaglia con insegna, di volta in volta, sulle Corazzate &#8220;Littorio&#8221;, &#8220;Vittorio Veneto&#8221; ed infine sulla &#8220;Roma&#8221;. Egli portò ad un elevato grado di addestramento tale complesso navale.</p>
<p>L&#8217;8 settembre 1943, le Sue navi erano quindi pronte per andare a contrastare lo sbarco alleato che sarebbe stato prevedibilmente condotto nel Golfo di Salemo. Pur avendo Supermarina già trasmesso, fin dalle ore 08.00, gli ordini di partenza, questa venne sospesa dal Comando Supremo. Al termine di una travagliala e dolorosa giornata, che culminò con l&#8217;imprevisto annuncio dell&#8217;Armistizio, Egli &#8220;obbedì&#8221; al più amaro degli ordini per ottemperare alle clausole armistiziali, consapevole che l&#8217;obbedienza e la fedeltà al giuramento prestato, erano non soltanto la via dell&#8217;onore ma anche quella della salvezza e della ricostruzione della Sua amata Patria.</p>
<p>La Flotta partì da La Spezia alle ore 03,40 del 9/9 per una breve sosta a La Maddalena, come ordinatogli da Supermarina, e dove avrebbe trovato i documenti armistiziali e gli ordini per il porto di destinazione finale che comunque sarebbe stato in una zona controllata dagli Anglo-Americani. Alle ore 14.37, in prossimità delle Bocche di Bonifacio. gli viene consegnato un fonogramma nel quale Supermarina gli comunica che La Maddalena e stata occupata dai tedeschi e gli ordina di invertire la rotta e di dirigere su Bona. L&#8217;Ammiraglio Bergamini, alle 14,41, effettua l&#8217;inversione e assume la rotta 284° che era quella di sicurezza per uscire dal golfo dell&#8217;Asinara e per proseguire per Bona.</p>
<p>Alle 15.20 aerei tedeschi, secondo ordini già ricevuti in precedenza, vedendo che la Flotta non andava più a La Maddalena, si levano da Istres, Francia, ed attaccano le navi con un nuovo tipo di bombe-razzo radiocomandate sganciate da grande altezza. Colpiscono due volte la &#8220;Roma&#8221;, nonostante l&#8217;intenso fuoco di sbarramento contraereo. Tra l&#8217;altro la Flotta era priva di protezione aerea. La seconda bomba è mortale ed alle ore 16.11 la nave scompare in mare insieme a 1253 uomini del Suo equipaggio, ivi compreso l&#8217;Ammiraglio Bergamini e tutto il Comando in capo della Flotta.</p>
<p>L&#8217;Ammiraglio Bergamini inviò sempre a Supermarina precisi messaggi nei quali assicurava di aver eseguito gli ordini che gli venivano Impartiti di volta in volta, compreso l&#8217;ultimo che era quello di invertire la rotta e di dirigere su Bona. Per le azioni da Lui compiute nelle varie guerre, gli vennero conferite al Valor militare: l&#8217;Ordine Militare di Savoia, una medaglia d&#8217;argento nella prima guerra mondiale, un&#8217;altra medaglia d&#8217;argento nella seconda guerra mondiale, 3 Croci di guerra, la croce di ferro di 2a classe, ed infine la Medaglia l&#8217;Oro alla memoria e la promozione ad Ammiraglio d&#8217;Armata alla Memoria.</p>
<p>Al Suo nome è stata intitolata la Fregata &#8220;Bergamini&#8221;, ora in disarmo, ed a Suo nome e, col nome della Corazzata &#8220;Roma&#8221;, sono stati dedicati, in molte città d&#8217;Italia, monumenti, strade, piazze, istituti nautici, sale di Accademie militari e del Centro di Alti studi militari, nonché i Gruppi dei Marinai d&#8217;Italia di Modena e di Locri, targhe commemorative, tra le quali si ricorda, in particolare, quella incisa sulla lapide posta sulla Sua casa natale a San Felice sul Panaro il 9.9.1953, in occasione del 10° anniversario della Sua scomparsa.</p>
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		<title>Rapporto delle forze di sicurezza della Base Navale di Mahon a Minorca</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 17:26:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Centro Studi e Documentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[MINORCA:  SI AVVICINANO  LE NAVI  ITALIANE  CON I  NAUFRAGHI  DELLA ROMA Dall’avvicinamento a Menorca delle quattro navi italiane, con i naufraghi della corazzata Roma e fino all’arrivo nel Porto di Mahon, l’autorità militare dell’isola prese misure di sicurezza che sono specificate nel rapporto al Comando Generale delle Baleari a Palma de Mallorca classificato “segreto”. Da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_621" class="wp-caption aligncenter" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-621" title="Porto di Mahón" src="http://www.menorcamica.org/wp-content/uploads/2010/01/foto_arrivo_mahon.jpg" alt="Porto di Mahón" width="400" height="300" /><p class="wp-caption-text">Porto di Mahón</p></div>
<h2>MINORCA:  SI AVVICINANO  LE NAVI  ITALIANE  CON I  NAUFRAGHI  DELLA ROMA</h2>
<p>Dall’avvicinamento a Menorca delle quattro navi italiane, con i naufraghi della corazzata Roma e fino all’arrivo nel Porto di Mahon, l’autorità militare dell’isola prese misure di sicurezza che sono specificate nel rapporto al Comando Generale delle Baleari a Palma de Mallorca classificato “segreto”.</p>
<p>Da questo momento inizia la storia, alle Baleari, della flottiglia di navi da guerra italiane e la esemplare condotta del Comandante Marini per assicurare ai suoi uomini e alle sue navi le migliori condizioni possibili durante i sedici mesi di internamento che trascorsero a Menorca, fino al ritorno in Patria di uomini e navi.</p>
<h2>RAPPORTO DELLE MISURE DI SICUREZZA PRESE DAL COMANDO MILITARE DI MENORCA  ALL’ARRIVO DELLE NAVI ITALIANE A MAHON.</h2>
<p>Eccellentissimo  Signore:</p>
<p>Quale riassunto dei fatti che sono avvenuti in questa isola, in relazione con l’arrivo in questo porto di Mahon di unità della Flotta da Guerra Italiana e quella di navi, all’apparenza anche della stessa nazionalità, che durante la passata notte furono avvistate dalle postazioni di Favaritx e del villaggio di Fornells, mi onoro di comunicare a Vostra Eccellenza, quello che segue:</p>
<p>Alle ore 7,30 del 10 dell’attuale mese e da varie postazioni di avvistamento di questa Isola, furono avvistate a circa cinque miglia dalla costa 4 navi da guerra straniere che, navigando in direzione Nord si dirigevano al porto di questa piazza.</p>
<p>Si avvistò allo stesso tempo un aereo da ricognizione leggero, più tardi identificato come inglese, il quale sorvolò le citate navi fino a quando queste stettero vicine all’entrata del porto e alle 8,05 furono identificate le navi riferite, trattandosi di 1 incrociatore e 3 distruttori italiani i cui nomi sono: “Attilio Regolo”, “MT”.”CB” e Fuciliere, rispettivamente.</p>
<p>Una volta ormeggiate all’interno del porto ( Calafiguera ), dalle Autorità di Marina si presero le misure necessarie e immediatamente furono trasferiti all’Ospedale Militare in una lancia sanitaria 252 feriti e infermi ( 11 Ufficiali, 42 Sottufficiali e 195 marinai ) che venivano a Bordo di dette navi, venendo curati dai medici militari e civili, nominati a proposito da questo Governo Militare, con il maggiore interessamento e celerità, vincendo le difficoltà logistiche in un momento di affollamento di feriti e infermi.</p>
<p>Dal momento dell’ormeggio delle citate navi in Calafiguera si designò una sezione di Fanteria del Reggimento nº 37 con il fine di evitare che elementi civili si intrattenessero nelle vicinanze del molo, nel luogo dove si trovavano le suddette navi evitando la comunicazione con l’equipaggio delle stesse e per prevenire qualsiasi contingenza poiché secondo notizie ricevute, esistevano divergenze tra gli equipaggi, che denotavano mancanza di disciplina.</p>
<p>Secondo dati raccolti, tutti i feriti provengono dalla Corazzata Roma la quale, insieme con le anteriori altre ancorate nel porto militare di La Spezia (Italia), tentavano di dirigersi a uno dei porti occupati dalle forze anglo-americane, raggiungendole aerei da bombardamento tedeschi che riuscirono a colpire con una delle bombe la sopraindicata corazzata che si affondò rapidamente per essere esploso senza dubbio uno dei depositi di munizioni, il che sembra provarsi dal fatto che la maggior parte dei feriti sono per bruciature gravi prodotte per l’esplosione e combustione di polvere ed esplosivi.</p>
<p>Trasportavano a bordo le suddette navi anche 13 cadaveri provenienti dall’equipaggio della Roma ai quali si dette sepoltura nel cimitero di questa piazza il giorno seguente il loro arrivo, assistendo alla sepoltura, rappresentanti dell’Esercito e della Marina, così come una compagnia di marinai delle  navi arrivate, i Comandanti delle stesse  e il Console e il Segretario della rappresentanza italiana di questa Piazza.</p>
<p>Degli ospedalizzati, nel primo giorno 8 sono morti, quindi si è proceduto a dimettere dall’ospedale  più di un centinaio di Ufficiali, Sottufficiali e Marinai della Squadra italiana per la lievità delle loro lesioni o per non esistere alcun motivo per mantenere la loro ospedalizzazione in quanto entrarono nella istallazione per la circostanza che i medici, dovendo curare in primo luogo i feriti gravi che si erano presentati, non potettero fino alla notte di quel giorno provare la necessità o no di ricovero ospedaliero.</p>
<p>Nel giorno di ieri 14 dell’attuale mese e circa alle ore tredici arrivò a questo porto una lancia rapida italiana con la Croce Rossa e alle 17,55 ammarò un idrovolante monomotore italiano del cui equipaggio, due componenti, si fece carico la Autorità di Marina, alla quale, sembra, informarono che un altro idrovolante, anche di nazionalità italiana, era caduto per avaria a circa 80 miglia dalla costa, per il quale motivo la riferita Autorità dispose che uscisse alla sua ricerca la lancia rapida italiana della Croce Rossa, che arrivò approssimatamene alle due di questa notte, portando i due membri dell’equipaggio dell’idrovolante avariato, Capitano e Sergente Maggiore dell’Esercito dell’Aria italiano; perdendosi l’idrovolante che andò a picco nel tentativo di essere rimorchiato.</p>
<p>Nello stesso giorno di ieri e alle 18,50 le stazioni di vigilanza, avvistarono due lance all’apparenza di nazionalità italiana, le quali dopo aver percorso a distanza considerevole la costa NE dell’isola, presero rotta a terra addentrandosi in “Cala Caldes” senza che, in maniera sicura si potesse precisare la loro nazionalità. Rimasero approssimativamente un’ora e mezza alla fonda nella citata Cala e trascorso questo tempo, si diressero con rotta a Nord, sono state avvistate nuovamente alle ore 3 del mattino del giorno di oggi all’altezza di Capo Cavalleria a circa 6 o 7 miglia dal medesimo.</p>
<p>Lo stesso in prossimità di Cala Caldes che al passare davanti a Fornells, fecero segnali con le luci di posizione rosse e verdi, scomparendo con le luci spente all’ultima ora indicata senza che fino a questo momento si siano avute nuove notizie della loro posizione.</p>
<p>In relazione con gli ultimi fatti citati, si presero le misure di sicurezza che esigevano la presenza di quelle imbarcazioni sconosciute, i cui propositi non era possibile prevedere, di seguito si enumerano: Dalla Postazione di Artiglieria di Favaritx, discesero a Cala Caldes una pattuglia con mitragliatrice con la missione di prendere contatto col personale straniero in caso di sbarco e di identificarlo e detenendolo nella citata spiaggia fino all’arrivo di una sezione di fanteria di Mahon.</p>
<p>Dal Governo militare partì una automobile leggera al comando di un ufficiale con tre uomini, con la missione di informare rapidamente dell’accaduto  questo Stato Maggiore. Una sezione di fanteria di Mahon in autocarri partì per Favaritx per rinforzare la pattuglia di Artiglieria e farsi carico, se fosse accaduto, del personale sbarcato.</p>
<p>Una sezione di Fanteria motorizzata di Mercadal, partì per Fornells con missione di vigilanza e rinforzo della Base degli Idrovolanti e del personale dell’Esercito dell’Aria di quella località.</p>
<p>Un plotone motorizzato di Mercadal prese posizione in Cala Pregonda con missione di vigilanza.</p>
<p>Una sezione di Fanteria Motorizzata del Reggimento Nº 137 (Ciutadela), usci in missione di vigilanza in Cala Algallarens, Fontanellas e Codolà. Un Plotone con mitragliatrici di Cittadella, prese posto nelle torre del Porto in stato di massima vigilanza.</p>
<p>L’Artiglieria di Campagna di Mercadal in stato di allerta, negli alloggiamenti della sua zona.</p>
<p>In allerta tutta la Forza Aerea, Marina e Esercito.</p>
<p>Una volta fatto giorno e comprovata la sparizione delle imbarcazioni senza essere state identificate, il servizio, resta ridotto al plotone di Cala Pregonda e alla Sezione di Algallarens, per avere i due punti citati comunicazioni difficili col Comando del suo settore ed essere d’altra parte scarso il materiale di trasporto di cui si dispone.</p>
<p>Nella Mola, Mahon, Alayor, Mercadal e Ciutadela, restano in stato di allerta nelle proprie relative Caserme una sezione di Fanteria e un camion per il trasporto della forza, rapidamente in caso di necessità.</p>
<p>Mi compiaccio manifestare a Vostra Eccellenza che, tanto nello spiegamento delle forze come nella rapida preparazione dei Distaccamenti si è evidenziato il buono spirito di quei reparti e anche il funzionamento rapido e efficace del servizio di automobilismo, dentro la penuria dei mezzi di trasporto che in generale hanno tutti i Corpi e Servizi della Guarnigione di questa isola.</p>
<p>Allego a Vostra Eccellenza anche fotografie delle navi italiane nella loro prima situazione (in Cala Figuera) e nel loro attuale punto di ormeggio, fotografie che con i clichè corrispondenti e la macchina furono richiesti a un cittadino privato e la cui notizia con tutti gli ulteriori dettagli complementari, si partecipa con Nota Informativa alla 2ª Sezione Bis, del Comando Generale sotto il suo degno comando.</p>
<p>Dio conservi Vostra Eccellenza molti anni.</p>
<p>Mahon, 15 di settembre 1943.</p>
<p>ECCELLENTISSIMO SIGNORE: IL COLONNELLO GOVERNATORE MILITARE ACCTAL.</p>
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		<title>Storia della nave Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 14:44:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Introduzione Ritornare a parlare del comportamento della Regia Marina Italiana dopo oltre sessantacinque  anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo tutti i mari d’inchiostro che si sono prosciugati in analisi e racconti, potrebbe sembrare un inutile esercizio intellettuale, volto ad esaminare oramai solo fatti marginali, annebbiati dal tempo per i più vecchi e sicuramente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Introduzione</h2>
<p>Ritornare a parlare del comportamento della Regia Marina Italiana dopo oltre sessantacinque  anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dopo tutti i mari d’inchiostro che si sono prosciugati in analisi e racconti, potrebbe sembrare un inutile esercizio intellettuale, volto ad esaminare oramai solo fatti marginali, annebbiati dal tempo per i più vecchi e sicuramente sconosciuti ai giovani, poco inclini a certi ricordi, se non si tenesse conto dei troppi uomini costretti a gettare la loro vita alle profondità del mare ed ai suoi voraci abitanti.</p>
<p>Troppi furono i morti della Marina che si sacrificarono, a causa delle discutibili capacità di alcuni, tra le massime gerarchie politiche e militari del Paese, responsabili della condotta della guerra. Almeno in parte, forse, tanti lutti si sarebbero potuti evitare.</p>
<p>A riscattare questa nefasta conduzione di una guerra sciagurata, non mancarono gli atti di autentico valore di comandanti ed equipaggi in mare, che compirono con onore e perizia il loro dovere e affrontarono in numerose occasioni anche la loro fine gridando “viva l’Italia”.</p>
<p>La vicenda dell’affondamento della Corazzata Roma, con i suoi 1400 morti, a cominciare dal valoroso comandante in mare della flotta da battaglia, ammiraglio Carlo Bergamini, (foto) potremmo considerarla, come l’ultimo sacrificio di tutta la Regia Marina, l’ultimo tributo di sangue,  pagato dai suoi valorosi uomini ai vincoli dell’obbedienza, dell’onore e del dovere, da compiere fino in fondo, per i quali avevano fatto il personale, solenne giuramento.</p>
<p>La nostra ricerca, comincia dalla partenza della Flotta da battaglia dalla Base di La Spezia per analizzare il periodo che va dall’affondamento della corazzata Roma il 9 di settembre del 43, al recupero  dei naufraghi, all’arrivo a Mahon, per proseguire con tutti i dettagli possibili, investigando il periodo in cui le nostre navi e i nostri uomini rimasero in Spagna a Menorca, a Mallorca, a Cartagena, Caldes de Malavella e altre località della Spagna neutrale.</p>
<h2>L’AFFONDAMENTO</h2>
<p>La flotta italiana, agli ordini dell’Ammiraglio Bergamini, era composta da 22 navi provenienti da La Spezia e Genova che avrebbero dovuto entrare nella base della Maddalena dove era previsto che sarebbero arrivati anche il Re, il suo seguito e l’intero governo Badoglio, dopo essersi  imbarcati a Civitavecchia sulle navi Da Noli e Vivaldi che in quel porto erano ad attenderli, pronte a muovere,  i quali invece scapparono frettolosamente alla volta di Pescara ad imbarcarsi sulla corvetta Baionetta che li avrebbe portati al sicuro a Brindisi, ormai in mani alleate. Scapparono senza dare ordini, lasciando la capitale d’Italia e il Paese intero in balia di se stessi.</p>
<p>Quando la flotta salpò da La Spezia, una parte della tragedia si era già delineata, almeno nell’animo dell’ammiraglio Bergamini che aveva avuto qualche informazione, ma non conosceva i dettagli e aveva appreso ufficialmente dalla radio il proclama di Badoglio che annunciava l’armistizio.</p>
<p>Aveva preparato i suoi uomini e le sue navi per andare a contrastare lo sbarco alleato nei pressi di Salerno. Erano pronti ad andare  contro un nemico di cui conoscevano la superiorità di mezzi e di uomini, lo avrebbero fatto per l’onore della Nazione, della Marina e personale, rispondendo signorsì a quel Re, fuggiasco, al quale avevano giurato fedeltà fino alla morte.</p>
<p>Quando gli fu ordinato di partire, occultandogli deliberatamente i dettagli dei documenti firmati dal governo italiano per l’armistizio, per andare con le navi a consegnarsi a quelli che fino al giorno prima erano stati i loro nemici, è impossibile immaginare quello che poté passare nell’animo dell’Ammiraglio Bergamini, dei suoi comandanti e marinai, ai quali si chiedeva qualcosa che per loro era impossibile accettare. Era preferibile affondare la flotta, piuttosto che consegnarsi al nemico, erano pronti a dare la vita per il Paese, combattendo l’ultima battaglia per l’onore di morire sul mare da veri soldati di Marina e si chiedeva loro un sacrificio ancora più doloroso, perché umiliante e disonorevole per un soldato e un marinaio.</p>
<p>La flotta che tra le 2,30 e le 3,40 del mattino del 9 settembre salpò da La Spezia diretta a La Maddalena, comprendeva tre corazzate: la Roma, la Littorio (poi battezzata Italia), la Vittorio Veneto, precedute in scorta avanzata dalle torpediniere Pegaso, Impetuoso, Orsa e Orione e in seconda linea dagli incrociatori Eugenio di Savoia, Raimondo Montecuccoli e Attilio Regolo. Sulla destra dello schieramento c’erano i cacciatorpediniere: Legionario, Grecale, Oriani e Velite e a sinistra i cacciatorpediniere: Mitragliere, Fuciliere, Artigliere e Carabiniere.</p>
<p>Si diresse verso sud-ovest con velocità 24 nodi e verso le ore 06,00 si aggiunse alla formazione l’8ª divisione proveniente da Genova al comando dell’ammiraglio Luigi Biancheri, composta dagli incrociatori Duca degli Abruzzi, Duca D’Aosta e Garibaldi preceduti dalla torpediniera Libra.</p>
<p>La squadra così composta di 22 navi, senza segnali di resa, come previsto dalle norme dell’armistizio, ancora sconosciute all’Ammiraglio Bergamini, passando al largo di Capo Corso, si diresse a sud, navigando a una dozzina di miglia dalla costa della Corsica per poi accostare verso est, in direzione delle Bocche di Bonifacio. Durante questa navigazione ci furono tre allarmi aerei ed ogni volta si presero le misure previste,  si misero a navigare zigzagando.</p>
<p>Lasciando alle spalle i campi minati, disposti a destra e a sinistra, che proteggevano l’ingresso delle Bocche, all’altezza di Capo Testa, la flotta assunse la formazione in linea di fila, in testa le cinque torpediniere, dopo i sei incrociatori, poi le tre corazzate e per ultimi gli otto cacciatorpediniere pronti alle manovre di entrata nella rada di La Maddalena.</p>
<p>Tra le 14,30 e le 14,45, al traverso di Capo Testa (Santa Teresa di Gallura), l’ammiraglio Bergamini, è informato da Supermarina che la base di La Maddalena è stata occupata dai tedeschi, gli ordinano di invertire la rotta e dirigere quindi su Bona in Algeria. La manovra di inversione di rotta con tutte quelle navi,  fu eseguita all’unisono e in perfetta formazione rimanendo quindi allineate in maniera inversa di come si accingevano ad entrare. Al centro della formazione l’ordine era il seguente: Carabiniere, Fuciliere Mitragliere, Vittorio Veneto, Italia, Roma,  Attilio Regolo.</p>
<p>Dopo la partenza della flotta da La Spezia, il comando delle forze navali tedesche in Italia, con sede in quella città, da l’allarme e il comandante della terza flotta aerea in Francia, generale Sperrle, secondo il piano già prestabilito da tempo dagli alti comandi tedeschi, avvia l’operazione che ha lo scopo di ricercare e attaccare le navi italiane, in caso queste si fossero mosse per passare al nemico. L’operazione viene eseguita dal IIIº gruppo del 100º stormo di istanza a Istres vicino a Marsiglia, che era l’unico gruppo della Luftwaffe dotato delle nuove bombe radioguidate, sperimentate anche in un campo d’aviazione in Italia, nei pressi di Foggia, ma gli italiani non ne sapevano niente, capaci di perforare una corazza di acciaio di una nave da battaglia. Il gruppo era comandato da un maggiore di 29 anni, Bernard Jope.</p>
<p>Fin dalle ore 10,50 del mattino del 9 settembre, un ricognitore tedesco Jiunker 88 aveva già avvistato la flotta e segnalato che faceva rotta in direzione dell’Asinara. I tedeschi avevano anche intercettato tre messaggi radio della RAF, che segnalavano esattamente i cambiamenti di rotta.</p>
<p>Poco dopo le tredici nella base di Istres, i tedeschi cominciarono i preparativi per il decollo di 28 bimotori Dornier 217.K2 in tre ondate successive. La prima decollò intorno alle 14 e raggiunse la flotta dopo circa un’ora di volo. Ciascuno degli aerei portava una bomba di ultima invenzione, la PC1400X, del peso di millequattrocento chili, chiamata familiarmente Fritz X, come una mascotte di peluche, che venendo sganciata da una altezza superiore ai 5000 metri, raggiungeva una velocità di oltre 1000 chilometri all’ora, con una energia di penetrazione spaventosa, mai raggiunta prima. Per la prima volta nella storia, una bomba veniva radioguidata da un operatore, come facciamo noi oggi con le automobiline.</p>
<p>Ci sono racconti diversi sul come e quando le navi si resero conto che era un attacco nemico, sta di fatto che gli aerei che volavano a una quota di 6500 metri, erano irraggiungibili dalla portata di fuoco della contraerea delle nostre navi, i tedeschi questo lo sapevano.</p>
<p>La prima bomba fallisce di poco il bersaglio scoppiando a pochi metri della poppa della corazzata Italia, ma alle 15,45, la corazzata Roma è colpita per la prima volta sul lato destro all’altezza dei pezzi antiaerei da 90 mm. numero 9 e numero 11  da un “missile”che la trapassa da parte a parte ed esplode sotto lo scafo sfondandolo ed allagando così le quattro caldaie e le macchine di poppa con conseguente arresto di due delle quattro eliche della nave. La velocità scende immediatamente sotto i 16 nodi, mentre comincia a sbandare. Si attivano le celle di compensazione sul lato sinistro e pare che lo sbandamento diminuisca, mentre la velocità scende ancora. Intanto le batterie di cannoni da 90 mm. antiaeree  di dritta cominciano a sparare, ma il loro fuoco sarà inefficace, mentre anche dalle altre navi si spara, con gli stessi risultati.</p>
<p>Dopo un tempo indefinito, avendo perso la nozione del tempo, ricorda il guardiamarina Arturo Catalano Gonzaga, che era direttore di tiro della torre poppiera di sinistra, dei cannoni di medio calibro da 152 mm, una seconda bomba si avvicina inesorabile al bersaglio quasi fermo della Roma a proravia del torrione corazzato, vicinissimo al fumaiolo di prora. Erano le 15,50. Non ci fu subito un’esplosione, ma una folata di aria bollente, dalla quale nacque una altissima fiammata gialla, poi quasi violacea ad altissima temperatura che avvolse il torrione e il fumaiolo di prora. Tra il violento bagliore delle esplosioni, il torrione corazzato si accartoccia su se stesso. Il fumaiolo di prua si dissolve nel nulla tra un fumo denso di  colore grigio e nero che scaturisce dalle viscere della nave. Una miriade di schegge di ferro e di ogni cosa, frammiste a getti di vapore incandescente si spargono ovunque. Anche la seconda bomba, aveva perforato la coperta ed era esplosa nel deposito munizioni della torre di grosso calibro numero 2 di prora. L’esplosione aveva sfondato le paratie delle caldaie attigue al deposito, generando una gigantesca ondata di vapore che investiva bruciando ogni cosa.</p>
<p>La violenza dell’esplosione era stata tale, da proiettare in mare l’intera torre trinata numero 2 dei cannoni di grosso calibro del peso di 1500 tonnellate, mentre altre esplosioni si susseguivano negli altri depositi di medio calibro sul lato sinistro della nave. Lo sbandamento riprendeva rapidamente tanto da rendere difficile il mantenersi in equilibrio mentre uomini orrendamente bruciati e terrorizzati vagavano ovunque in cerca di salvezza. Anche le munizioni delle mitragliatrici nelle riservette in coperta, incendiandosi, cominciavano ad esplodere e vagando in maniera incontrollata, seminavano morte per chiunque si trovasse sulla loro traiettoria impazzita. Alle ore 16,11 la Roma girandosi su un fianco si capovolse spezzandosi in due tronconi che si inabissarono trascinando con se l’ammiraglio Bergamini, il comandante della nave Del Cima e 1395 uomini del suo equipaggio.</p>
<p>Con l’affondamento della corazzata Roma, finisce la storia della più bella nave da guerra mai costruita, di una Marina che era stata la quinta potenza navale del mondo.</p>
<p>Finisce così anche la seconda guerra mondiale per l’Italia e comincia la guerra di resistenza che si concluderà, tra ulteriori atrocità, il 25 aprile del 1945. Possiamo sicuramente affermare che i morti della Roma sono le prime vittime, in ordine di tempo, della rappresaglia nazista, al pari di quelle di Marzabotto, di Boves e di tante altre città grandi e piccole del nostro paese.</p>
<p>Per i 620 naufraghi della Roma e per gli oltre 1200 uomini delle sette navi che li riscattarono, quel 9 settembre del 1943, sarebbe stato l’inizio di una odissea durata per altri sedici mesi in varie parti della Spagna neutrale, e soprattutto a Menorca, l’isola delle Baleari che per prima li aveva accolti, curati e confortati.</p>
<p>Questa parte della storia della Regia Marina, innescata dall’affondamento della Roma, per le parti coinvolte e per le modalità in cui si svolse, ha tutti i connotati di un intrigo internazionale ed è totalmente sconosciuta in Italia. Solo alla fine di luglio del 2009 è stata raccontata, in maniera dettagliata e documentata, da Giuliano Marenco nel libro</p>
<blockquote><p>“LE NAVI DA GUERRA ITALIANE INTERNATE ALLE BALEARI DOPO L’8 SETTEMBRE”</p></blockquote>
<p>per i tipi della casa editrice: Lampi di Stampa di Milano.</p>
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		<title>Un ladruncolo di fichi eternamente riconoscente</title>
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		<pubDate>Wed, 07 May 2008 14:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La famiglia del fattore di Sant Antonio accolse Ciro Orefice, sopravvissuto della Roma. I 620 membri dell’equipaggio della corazzata Roma che, dopo l’affondamento, dopo essere stati recuperati dalle navi di scorta, salvarono la vita, furono condotti nel porto di Mahon dove li curarono e medicarono. Nel mezzo dell’immane tragedia, pochissimi erano rimasti quasi indenni, tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La famiglia del fattore di Sant Antonio accolse Ciro Orefice, sopravvissuto della Roma.</p>
<p>I 620 membri dell’equipaggio della corazzata Roma che, dopo l’affondamento, dopo essere stati recuperati dalle navi di scorta, salvarono la vita,  furono condotti nel porto di Mahon dove li curarono e medicarono. Nel mezzo dell’immane tragedia, pochissimi erano rimasti quasi indenni, tra questi il marinaio nocchiere Ciro Orefice. Grazie al suo buono stato fisico, fu ospitato nella Base Navale da dove cominciò la piccola storia della sua relazione con la famiglia Coll-Pons.</p>
<p>Francisca Pons Moll, sposata con Juan Coll Ponsetì, un ex capitano della Repubblica, viveva in casa dei suoi genitori, i fattori della tenuta di Sant Antonio, Matteo Pons Vidal e Magdalena Moll Carreras. Era la fine dell’estate del 1943, quando settembre matura l’uva. La giovane coppia, nel duro dopoguerra spagnolo, aspettava nella casa paterna che cessassero le vendette ancora in atto, della terribile guerra civile.</p>
<p>Francisca Pons Moll così raccontava la storia di Ciro:-Il 10 di settembre entrarono in porto feriti e bruciati, tanti marinai italiani; erano i sopravvissuti della corazzata Roma che il giorno 9 era stata bombardata e affondata. Ciro Orefice, allora appena un giovanotto, ricevette ospitalità nella Base Navale insieme ad altri che come lui, non presentavano bruciature o traumi da ricovero in ospedale.</p>
<p>Chi lo conobbe per primo, spiega Francisca, fu mio padre, che andando a caccia di conigli selvatici imbracciando il fucile, lo colse a rubare fichi su un albero della tenuta. Ciro era accompagnato da due compagni anch’essi sopravvissuti. Fu lui, sempre il più disinvolto e deciso, che si giustificò davanti a mio padre, spiegandogli che raccoglievano i fichi per ammazzare la fame. Il fattore gli rispose che se ciò era vero, avrebbero potuto andare a mangiare ogni volta che volevano a casa sua.  Ciro prese in parola l’invito di Matteo e fino al momento del suo rimpatrio, sedici mesi dopo, ritornò un’infinità di volte a Sant Antonio.</p>
<p>Rapidamente si fece apprezzare da tutta la famiglia. Gli spiegava, in quei pomeriggi di merende che saziavano la sua situazione personale anemica, che saltava la recinzione della Base Navale, per combattere la fame. Sempre ripeteva che alla Base, facevano la fame, molta fame! Non so cosa gli dessero da mangiare, dice Francesca Pons e Juan Coll, sempre però ci ripeteva la stessa cosa. Quando c’era bassa marea nel porto, veniva a casa passando per la battigia senza bisogno di saltare il recinto della Base Navale. A volte veniva accompagnato, a volte solo, però lui, sempre era nel gruppo.</p>
<p>Dei tre naufraghi dei quali più frequentemente, abbiamo avuto cura, solo Ciro ci ha dato, dopo il rimpatrio, segnali di vita; degli altri due non abbiamo mai saputo più nulla. È come quella storia del Vangelo, esemplifica Francisca Pons: -“Curò dieci e solo uno fu riconoscente”. Questo è successo a noi con lui. Per tutti questi anni abbiamo continuato a mantenere relazioni. Ci scrive abitualmente. Tutti gli avvenimenti importanti della sua vita ce li ha partecipati nelle sue lettere: quando lo nominarono capitano della marina mercantile italiana, quando si sposò, quando ebbe ognuno dei suoi figli… Infine, costantemente ci ha espresso il suo affetto e ci ha dimostrato di non avere dimenticato mai quello che facemmo per lui in quei momenti drammatici e terribili che gli toccò vivere. Da allora, mai abbiamo passato un Natale senza ricevere i suoi auguri.</p>
<p>Ciro Orefice, ha lasciato un gran ricordo, incancellabile, in questa famiglia menorchina. Tutti coincidono nel dire che la sua personalità era affascinante. Nonostante la sua situazione, sempre era allegro, gioviale, con un carattere “incantatore”. Gli piaceva cantare, ogni momento ci cantava canzoni napoletane; imparò subito anche a cantare le canzoni menorchine, ancora oggi si ricorda di “Rascayú” che era di moda negli anni quaranta.</p>
<p>Non gli mancò mai neanche una sigaretta e il Natale del 1943 celebrò la festività in un ambiente famigliare, perché mio padre, dice Francisca, andò a parlare con il comandante della Base e gli chiese il permesso affinché Ciro venisse a casa nostra a passare quel giorno di festa. Era tanto riconoscente con noi che un bel giorno, senza dire nulla, ci imbiancò tutta la cucina.</p>
<p>Mai Ciro Orefice ha dimenticato ciò che gli era successo nella sua gioventù, e neppure quella che lui chiama “mi familia española”. Tutto questo dichiarava Francisca Pons al “Menorca Diario Insular” del 10 aprile del 1988.</p>
<p>Passarono tanti anni da quei tragici giorni della seconda guerra Mondiale, e ogni due Ciro con sua moglie Anna, veniva a trovare la sua famiglia menorchina a Mahon, qualche volta si aggregavano a loro anche altri amici ex naufraghi della Roma, andavano tutti a rendere omaggio ai compagni caduti, sepolti nel Cimitero di Mahon e passavano qualche giorno in compagnia della famiglia Coll Pons. Col passare degli anni entrambe le famiglie erano cresciute, erano nati figli e nipoti e le relazioni erano diventate: “intime relazioni famigliari”.</p>
<p>Un brutto giorno dell’anno 2004, in una lettera allo stesso giornale, Trini Peña Ortega, moglie di un figlio di Francesca Pons scrive:- La chiamata telefonica di Anna ci ha lasciati ammutoliti. Da Genova, la sua vedova, ci ha dato la notizia della  morte di Ciro. A ottantatre anni il suo cuore ha detto basta e tutta l’energia e la vitalità che dispensava intorno a se, lo hanno abbandonato. Alcuni giorni prima, un piccolo avviso che il cuore si stancava di battere, preoccupò i suoi cari che mai pensavano al peggio, ma ciò accadde e Ciro come disse Anna, è andato in Paradiso.</p>
<p>Siamo abituati a vedere come in tutte le catastrofi, sempre risplendono episodi che per la loro umanità meritano di essere conosciuti. Questa è la storia di Ciro Orefice, al quale voglio rendere un piccolo omaggio con questo scritto:</p>
<p>L’amicizia con Ciro rimonta al 1943, quando i nonni di mio marito, Matteo Pons e Maddalena Moll erano i “payeses” (fattori) di Sant Antonio… A causa dell’affondamento della corazzata Roma, nave ammiraglia della flotta italiana, per una bomba nazista nel momento più terribile della Seconda Guerra Mondiale, si produssero quasi 1400 morti, circa 300 feriti e un povero numero di sopravvissuti che uscirono illesi da quell’inferno. Ciro, marinaio nocchiere di 22 anni, fu uno dei fortunati. Trasportati a Menorca dalle navi che partecipavano al riscatto furono portati alla Base Navale dove rimasero parecchi mesi. Patirono freddo e fame ed è qui che  comincia la storia menorchina del genovese che un giorno non si fece scrupoli per saltare il muro del “predio” (il podere) di Sant Antonio a rubare fichi.</p>
<p>Scoperto da Matteo Pons, era in compagnia di due commilitoni, Ciro gli spiegò la situazione e il fattore gli disse che poteva andare a mangiare a casa sua quante volte volesse. Così iniziò una stretta amicizia. Praticamente convisse con loro e la bontà del matrimonio Pons Moll e la simpatia e la riconoscenza di Ciro Orefice, fecero che l’amicizia si estendesse a tutti i membri della famiglia. (Matteo, Paquita, José, Emilia, Nito d’en Torres…) Mai smisero di scriversi e dopo le lettere diventarono anche viaggi. Qui entriamo mio marito, i miei figli ed io&#8230;.C’è a Genova una nipote che si chiama Alicia come mia figlia.</p>
<p>Sarà impossibile dimenticare i giorni passati nella casa di San Clemente, cantando negli interminabili dopo cena. Solevano venire ogni due anni e con Anna sua “encantadora esposa” ci empivano la casa di affetto e buon umore. In tutte le sue visite a Menorca, Ciro, capitano pensionato della Marina Mercantile, mai si dimenticava di celebrare un omaggio ai suoi compagni morti e tutta la “famiglia menorchina (così ci chiamava) andavamo al Cimitero di Mahon ad accompagnarlo.</p>
<p>Riceva, la dolce Anna, i suoi figli e nipoti le nostre più profonde condoglianze e che l’amore che per Menorca sentiva, continui a giungerci dal Paradiso. “Hasta la vista Ciro!”</p>
<p>Questo stesso racconto fatto in due tempi diversi e da persone diverse, è una chiara dimostrazione di quella umanità  che era nata in una Menorca ancora traumatizzata e sofferente dei postumi di una crudele Guerra Civile che aveva visto fratelli contro fratelli. Persone diverse, di paesi diversi, coinvolte in vicende rovinose e tragiche avevano solidarizzato, trovando il modo di capirsi, rispettarsi ed amarsi.</p>
<p>Ancora oggi, dopo 65 anni, quei protagonisti non ci sono più, ma i sopravvissuti delle due famiglie, continuano a sentirsi per telefono e a rimanere in contatto. Quando gli uomini vogliono, specie nelle situazioni più dolorose, sanno esprimere il meglio della civiltà.</p>
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