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	<title>Familia Italiana en Menorca &#187; Storia</title>
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	<description>Centro cultural y social de la comunidad italiana</description>
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		<title>Alfonso III di Aragon conquista Minorca nel 1287</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 08:34:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Governava Minorca il feudatario mussulmano Abu Utman (1229-1281), risiedendo nell&#8217;antica capitale Medina-Minurka (Città di Minorca, l’attuale Ciutadella de Menorca) ed era in buone relazioni con i suoi dominatori cristiani, fino a che, succedutogli  suo figlio Abu Umar (1281-1287), le cose cambiarono radicalmente. Nel 1282 Pedro III di Aragon,  (forse per noia ?), desideroso di combattere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Governava <strong>Minorca</strong> il feudatario mussulmano <strong>Abu Utman</strong> (1229-1281), risiedendo nell&#8217;antica capitale <strong>Medina-Minurka</strong> (Città di <strong>Minorca</strong>, l’attuale <strong>Ciutadella de Menorca</strong>) ed era in buone relazioni con i suoi dominatori cristiani, fino a che, succedutogli  suo figlio <strong>Abu Umar</strong> (1281-1287), le cose cambiarono radicalmente.</p>
<p>Nel 1282 <strong>Pedro III di Aragon</strong>,  (forse per noia ?), desideroso di combattere contro alcune città del nord Africa tra cui Bona, fece scalo nel <strong>Porto di Mahón</strong> con una grande flotta di 120 velieri. Le autorità moresche dell’Isola, lo accolsero con tutti gli onori e con segnali di sottomissione. <strong>Abu Umar</strong>, segretamente, mandò ad avvertire il <strong>Signore di Alcoll</strong> delle intenzioni bellicose del Re aragonese. Grazie a quell’avvertimento le città africane si prepararono a riceverlo e la spedizione di <strong>Pedro III</strong> fallì.</p>
<p>Non si può parlare di slealtà o tradimento del gabelliere mussulmano, perché <strong>Minorca</strong> non era tributaria di <strong>Pedro III</strong>, ma di suo fratello <strong>Jaume II di Mallorca</strong> i quali erano in lotta fra loro perchè il Re aragonese pretendeva da suo fratello anche il vassallaggio di Mallorca.</p>
<p>Le discussioni e le lotte tra i due <strong>Re di Aragon e Mallorca </strong> spinsero <strong>Alfonso III</strong> figlio e successore di <strong>Pedro III</strong> (il Grande) a lanciare una campagna di conquista contro Mallorca per sottrarla a suo zio e dopo averla conquistata nel 1286 decise di lanciare una campagna anche contro <strong>Menorca</strong>, per vendicare gli affronti che aveva subito suo padre, per rendere effettivo il vassallaggio dell&#8217;Isola e coinvolgere la sua nobiltà in una impresa di conquista ( vizio pare diffuso tra i monarchi del tempo ). Questi furono i principali motivi della conquista di Minorca da parte di <strong>Alfonso III</strong>.</p>
<p>La spedizione composta di un numero smisurato di effettivi, ventimila uomini divisi tra navi catalane, aragonesi e siciliane, salpò da Salou il 22 novembre, dirigendosi a Mallorca dove sostò fino a dopo Natale quando intraprese la rotta per <strong>Menorca</strong>. Una tempesta disperse le navi, quando si trovavano all’altezza di <strong>Capo D’Artrutx</strong>, ma una parte riuscì a raggrupparsi nei pressi di <strong>Porto Pedro</strong> e di entrare infine nel <strong>Porto di Mahón</strong>, nel quale occuparono l’Isolotto detto dei conigli che da quel momento assunse il nome di <strong>Isola del Rey</strong>.</p>
<p>Le truppe aragonesi sbarcarono il 17 di gennaio del 1287 a <strong>Minorca</strong> piantando il campo all’<strong>Isola del Rey</strong> e affrontandosi in battaglia con i mussulmani, che misero in fuga verso il castello di <strong>Sent Agayz</strong> (<strong>Sant’Agata</strong>) dove si rifugiarono fino alla capitolazione avvenuta il 21 gennaio 1287. Grazie a questa vittoria l’ Isola passò ad essere proprietà del Re aragonese e la popolazione mussulmana dell’isola fu schiavizzata eccetto il vassallo, i suoi parenti e il suo entourage di circa duecento persone che furono deportati in Berberia, il cui Monarca aveva pagato il riscatto. L’Isola fu colonizzata da catalani, come prima era successo per Mallorca e Ibiza, pur rimanendo un gran numero di Mussulmani, che alcuni anni dopo sarebbero stati anch’essi deportati.</p>
<p>Il giorno seguente alla capitolazione, il giovane Re accompagnato dalle sue truppe, faceva  l’ingresso vittorioso nella Capitale <strong>“Medina Minurka”</strong>.</p>
<p>Durante i 45 giorni di permanenza a <strong>Minorca</strong>, il Re alloggiò in quello che era stato il palazzo del governatore mussulmano, (almojarife)  che da allora si chiamò: <strong>“Real Alcázar”</strong>.</p>
<p>Non rimase tuttavia inoperoso il giovane e attivo Monarca. Ordinò la conservazione dei castelli di <strong>Mahón</strong> e di <strong>Sant’Agata</strong> e il consolidamento delle difese di Ciutadella. Inoltre per la difesa dell’Isola, divise le terre, secondo il costume feudale, tra i suoi guerrieri che maggiormente si erano distinti in battaglia  e infine anche tra quelli che semplicemente lo chiedevano dato che il giovane <strong>Alfonso III</strong>, conosciuto nella Storia come “<strong>il Liberale</strong>” non respinse mai nessuna richiesta di chiunque la sollecitasse.</p>
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		<title>La conquista romana di Menorca</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 13:49:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 123 a.C. le isole Baleari sono conquistate dai romani ad opera di Quinto Cecilio Metello nato circa nel 170 a.C. che era stato anche Governatore della Sardegna e che per quest’impresa gli venne assegnato il trionfo e il cognome di Balearicus. I romani diedero all’isola il nome di  “Balearis Minor” che in latino volgare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 123 a.C. le isole Baleari sono conquistate dai romani ad opera di Quinto Cecilio Metello nato circa nel 170 a.C. che era stato anche Governatore della Sardegna e che per quest’impresa gli venne assegnato il trionfo e il cognome di Balearicus. I romani diedero all’isola il nome di  “Balearis Minor” che in latino volgare si trasformò in “Minorica”. La romanizzazione dei menorchini, si sviluppò a partire dai nuclei urbani di Magona, Jamnona e Sanicera ubicati nelle vicinanze dei principali porti dell’isola. All’interno, i villaggi talaiotici, rimasero pressoché indenni dall’influenza romana, senza subire cambi sostanziali del loro tenore di vita. Lo confermano i numerosi ritrovamenti di ceramica e monete romane.</p>
<p>Il “Portus Magonis” si trasforma presto in un centro di grande interesse per il commercio e la sua città Magona acquisisce il rango di: “Municipium Flavianum Magontanum” e tra i suoi abitanti appare una classe aristocratica formata indubbiamente da ricchi mercanti, com’è evidenziato nella lettera del Vescovo Severo (417d.C.) e le epigrafi ritrovate in questa area urbana.</p>
<p>Jamnona è la città romana corrispondente all’attuale Ciutadella, che sembra avesse un carattere più agricolo che commerciale. Di essa danno notizie i geografi romani e soprattutto la lettera del Vescovo Severo. Si sono anche ritrovati, nelle sue vicinanze, resti di pavimenti a mosaico e una iscrizione funeraria.</p>
<p>Sanicera, viene citata da Plinio come altro nucleo urbano di Minorca; era situata al nord dell’isola vicina al porto naturale che ha conservato di quella città il suo attuale toponimo di “Sanitja”. Rimangono solo resti di edifici e sepolture, così come numerose vestigia di una strada romana che inizia nei pressi di Alaior  e arriva fino a questo porto.</p>
<p>La rete di queste strade militari romane in Minorca, presentava un notevole sviluppo e rimangono ancora numerosi tratti in buono stato di conservazione e percorribilità. Una strada principale, nella quale appaiono alcune pietre del tempo di Traiano, andava da un estremo all’altro dell’isola, unendo le sue due principali città. Da quella strada si diramavano i rami che conducevano a Sanicera, alla montagna di Sant&#8217;Agata, a Son Bou, a Cala Coves e a Cala Sant Esteban, considerati come centri di attrazione umana  da tempi molto remoti.</p>
<p>Tra le vestigia romane ritrovate in Minorca, figurano diverse statuette, una grande quantità di monete, molte delle quali sono diventate parte di collezioni straniere, soprattutto inglesi, e un busto in bronzo di Tiberio che si trova nella Biblioteca Nazionale di Parigi, un reperto particolarmente pregiato che fu scoperto in Mahon durante la dominazione francese (1756-1763). In Cala Coves appaiono ventidue iscrizioni romane, molto difficili da decifrare e che sembra si possano datare dalla fine del secondo o al principio del terzo secolo d.C. e sono probabilmente di carattere rituale relativo alle feste stagionali di primavera.</p>
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		<title>Il secondo assalto turco a Ciutadella nel 1558</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 10:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Storia di Minorca 2º Ventitrè anni dopo la storia si ripete, questa volta contro Ciutadella, allora capitale dell’Isola, per opera di un altro naturalizzato turco di nome Piali Pascià. Era nato nel 1520 in Ungheria, figlio di genitori cristiani che si suppone fossero morti nella battaglia di Mohac, dove fu trovato dai turchi. Fu educato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Storia di Minorca 2º</h2>
<p>Ventitrè anni dopo la storia si ripete, questa volta contro Ciutadella, allora capitale dell’Isola, per opera di un altro naturalizzato turco di nome Piali Pascià. Era nato nel 1520 in Ungheria, figlio di genitori cristiani che si suppone fossero morti nella battaglia di Mohac, dove fu trovato dai turchi. Fu educato alla corte del sultano Solimano riuscendo, giovanissimo, a raggiungere la dignità di Pascià e Visir. Uomo di gran talento per la guerra, lo dimostrò in diverse occasioni. Nel 1555, alleato con i francesi, combatté contro gli spagnoli e i genovesi.</p>
<p>Nella guerra totale del Mediterraneo nell’estate del 1558, scaturita, l’estate precedente, dalla sconfitta francese a San Quintino, uno degli episodi più drammatici fu il saccheggio e la distruzione di Ciutadella, all’inizio di luglio di quell’anno.</p>
<p>L’Armata turca composta da 140 o 150 navi  con 15000 uomini armati e addestrati, con più di venti cannoni, arrivò prima a Mahon, con l’intenzione di assediare il castello. I mahonesi opposero una tale resistenza che affondarono 3 o 4 galere turche. Comprendendo Piali che la sua intenzione di saccheggiare Mahon non avrebbe avuto successo, ordinò di trasferire la flotta a Ciutadella, presentandosi davanti alla città l’ultimo giorno del mese di giugno 1558. Il giorno seguente, l’ammiraglio ottomano ordinò di sbarcare i soldati e le artiglierie per piazzarle di fronte alla città e cominciare a vomitare fuoco e ferro per demolire la muraglia e fare di ogni abitante un eroe, un martire per la Patria.</p>
<p>Era veramente esigua la guarnigione a Ciutadella, dove casualmente si trovava il capitano Miguel de Negrete con alcuni soldati forestieri, castigliani per la maggior parte, i quali formarono con i soldati della città una truppa scarsa e debole, nonostante che il reggente Bartolomé Arguimbau avesse percorso in un giorno tutti i villaggi di Minorca, reclutando gente disponibile che insieme con quelli della capitale, formarono l’esercito assediato, composto di 400 uomini di Ciutadella, 110 di Alaior, 100 di Mercadal, e 7 o 8 di Mahon, gli unici arrivati dei 50 che erano partiti e 40 soldati comandati dal capitano Negrete. Con questo pugno di uomini bisognava resistere all’esercito nemico.</p>
<p>L’aiutante del governatore aveva inviato a Maiorca, a rischio della sua vita, il marinaio Pedro Campllonc a dare l’allarme, ma dalla vicina Isola non arrivò nessun tipo di  aiuto; condotta osservata anche dalla Catalogna che grazie a una barca che era giunta da Minorca a San Feliu de Guixols, aveva avuto la notizia dell’assedio, ciò servì ai catalani per prepararsi a qualsiasi attacco a casa loro, ma anche loro non inviarono nessun rinforzo alla Baleare Minore.</p>
<p>I menorchini da soli, lottarono eroicamente e magnanimamente. Quando il 2 di giugno, gli assediati tentarono una sortita per distruggere i 24 cannoni dell’artiglieria turca, nonostante la resistenza opposta dai turchi, nelle trincee non trovarono l’artiglieria, che cominciò a bombardare la muraglia il giorno dopo.</p>
<p>Continuo e incessante era il fuoco dell’artiglieria che si alternava al fuoco degli archibugi, senza sosta né degli assedianti e né degli assediati; alcuni morivano e altri cadevano di sonno e di fatica, per rialzarsi e combattere con più brio e valentia, mentre le donne lavoravano senza sosta e caparbiamente, fortificando e riparando bastioni e mura, nelle quali si erano aperte grandi brecce, con rami, terra, suppellettili, materassi e ogni cosa possibile, compresi i corpi dei morti.</p>
<p>Mentre i difensori di Ciutadella si comportavano eroicamente, durante la notte, per evitare che la luce del giorno facesse scoprire il suo tradimento, un rinnegato, ai piedi della Muraglia, chiamava con il loro nome Arguimbau e Negrete intimandogli in nome di Piali Pascià che si arrendessero con l’offerta di riceverli e lasciarli andare con i loro compagni liberamente; audace ambasciata alla quale gli assediati rispondevano con il piombo degli archibugi, avendo ancora l’accortezza di avvertire l’emissario che si ritirasse prima di sparargli addosso, un comportamento nobile e valoroso.</p>
<p>Nove giorni e nove notti gli eroici soldati resistettero all’esercito invasore, vedendo aprirsi, prima brecce nel baluardo dei Frati, poi demolire gran parte della muraglia di San Giovanni, che il fuoco aveva già distrutto in parte. Si rompevano così le difese ai piedi delle quali morivano i valorosi artiglieri che fronteggiavano l’assalto dei turchi che per quattro volte con gran dispiegamento di uomini, tentarono di scalare le mura per entrare nella città, ma fu impossibile, per la difesa degli assediati che uccisero molti turchi impadronendosi anche delle loro bandiere, perdendo però molti uomini, tanto che alla fine della battaglia, il governatore e il capitano contando le forze che rimanevano, videro con dolore come si erano decimati i difensori. Dei 620 uomini, ne rimanevano appena 200 in grado di usare un’arma.</p>
<p>Nonostante tutto, né i lamenti dei feriti, né i corpi dei morti ammucchiati nelle trincee insanguinate e neppure le sconfortate facce dei sopravvissuti, fecero diminuire il valore degli sparuti difensori, che pur avendo l’incendio della Casa Comunale dove si custodivano le munizioni, bruciato una grande quantità di esse, non abbassavano mai la guardia, animati dall’esempio del Reggente che non abbandonò mai, né di notte e né di giorno, ora a cavallo ora a piedi, mostrandosi a tutti, con il suo corpo insanguinato a causa di una scheggia di bronzo di un cannone della sua batteria, esploso nel momento che egli stesso stava accendendo la miccia.</p>
<p>Non ricevendo nessun aiuto si cominciava a capire che la resistenza era impossibile, ma nonostante la forza soverchiante di cui disponeva, potendo ormai entrare molto facilmente in città, il nemico si preparava ad abbattere anche l’altro lato della muraglia dalla parte della porta di Salas; mentre la difesa si assottigliava considerevolmente, i  giurati, i capitani e altra gente si riunirono per chiedere al reggente Arguimbau e al capitano Negrete di abbandonare la città, per condurre le donne e i bambini a Mahon. I due capi erano contrari alla richiesta dell’assemblea, pur sapendo che non avrebbero potuto reggere a un nuovo assalto, erano disposti a resistere “usque ad mortem” fino all’estremo, ma la loro determinazione non prevalse e la maggioranza, come certificato in un documento dal notaio Martin Antonio Bonet, dispose per quella stessa notte l’abbandono di Ciutadella, notizia che circolò rapidamente tra la popolazione che si raccolse immediatamente alle porte della città, con grande lavoro di Arguimbau e Negrete per mantenere l’ordine e organizzare l’uscita, da effettuarsi dopo una ricognizione esplorativa da parte di tre uomini sotto giuramento.</p>
<p>Al ritorno degli esploratori, assicuratisi che la strada era libera, fu ordinato a quelli di Alaior e di Mercadal di formare l’avanguardia seguiti dalle donne, vecchi, bambini, feriti e gente inabile, scortati nella retroguardia dal Governatore e il Capitano con le forze restanti. Così si fece e quando non erano ancora usciti tutti dalla città, l’avanguardia s’imbatté nei turchi e non avendo altra scelta, furono obbligati a rifugiarsi nuovamente nella città.</p>
<p>Al conoscere il generale turco la disperata situazione degli assediati, all’alba del 9 luglio, assaltò con maggiore impeto la muraglia, difesa da un pugno di eroi, sui cadaveri dei quali passarono e entrando dalla porta della Salas arrivarono fino alla piazza del Borne dove dovettero lottare con alcuni agguerriti soldati che fecero retrocedere i turchi fino alla batteria. Erano pochi contro una moltitudine e dovettero soccombere davanti alla forza del numero dei corsari che entrarono in città saccheggiando e uccidendo, distruggendo e incendiando.</p>
<p>Il vandalico furore del vincitore non rispettava niente e nessuno. Gli archivi erano saccheggiati e i documenti bruciati, le case, le Chiese e i monasteri erano distrutti, gli altari, gli ornamenti sacri e ogni oggetto destinato al culto divino, rubati o incendiati; distrutti i campi per un raggio di due leghe, sacrificato il bestiame e il più abbietto di tutti i crimini, disonorato le giovani ragazze, martirizzato frati e suore che si erano rifugiati nei conventi, sgozzati molti difensori e i restanti sopravvissuti, che superavano i quattromila, condotti nelle prigioni di Costantinopoli per morire di stenti o per arricchire le bellezze dei serragli della città del Bosforo.</p>
<p>Sono così memorabili questi fatti storici, secondo quello che ci racconta l’atto di Costantinopoli,che ogni anno si ricorda questa data con la celebrazione di una Messa di suffragio nella Cattedrale Menorchina al termine della quale il popolo si concentra nel Municipio dove si da lettura del citato documento.</p>
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		<title>Gli Assalti dei turchi a Minorca</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 10:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Storia di Minorca 1º Minorca nel sedicesimo secolo ha subito due terribili assalti da parte dei turchi. Le ragioni di queste disgrazie sono da ricercarsi principalmente nel gran potere dell’impero ottomano, che dominava quasi tutto il Mediterraneo e occupava già la metà d’Europa fino a minacciare ripetutamente la stessa Vienna e la sciagurata alleanza con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Storia di Minorca 1º</h2>
<p>Minorca nel sedicesimo secolo ha subito due terribili assalti da parte dei turchi. Le ragioni di queste disgrazie sono da ricercarsi principalmente nel gran potere dell’impero ottomano, che dominava quasi tutto il Mediterraneo e occupava già la metà d’Europa fino a minacciare ripetutamente la stessa Vienna e la sciagurata alleanza con i turchi dei cristianissimi Re francesi, pur di combattere gli spagnoli.</p>
<p>Gli effetti di questi assalti ebbero come risultato la distruzione delle due città più importanti dell’isola, Mahon e Ciutadella. Ciò comportò una ricostruzione lentissima e un ripopolamento parziale tra grandi miserie e privazioni. Con la distruzione degli archivi isolani, andò perduta tutta la documentazione riguardante  il medio evo di Minorca.</p>
<p>Il primo assalto fu diretto contro Mahon, il settembre dell’anno 1535. Lo diresse il famoso rinnegato Haradin, più conosciuto per il nome di “Barba-rossa“, grande ammiraglio del sultano Solimano II.</p>
<p>Il giorno uno del suddetto mese l’armata turca entrava nella baia di Mahon, inalberando a tradimento l’insegna con le aquile imperiali, per far credere ai maonesi che erano le navi dell’imperatore Carlo, di ritorno dalla conquista di Tunisi. Mahon contava in quel tempo non più di 300 famiglie che davano una media di 1500 abitanti, tra questi non più di 300 validi per il servizio delle armi.</p>
<p>I maonesi si preparavano a ricevere festosamente le navi imperiali quando due francescani, fra Bartolomeo Genestar e fra Francesco Coll, presero una barca per andare incontro alla flotta; avvicinandosi si avvidero dell’inganno e corsero a dare l’allarme, consentendo così, quando i turchi arrivarono davanti alla città di Mahon, di fargli trovare le porte sbarrate e le scarse forze difensive disposte a combatterli.</p>
<p>Vedendo che Barba-rossa sbarcava con le sue truppe, circa 2500 uomini, per cingere d’assedio la città, i maonesi mandarono un messaggero a Ciutadella dove risiedeva il governatore, con una richiesta di soccorso. Immediatamente fu organizzata una compagnia composta da cavalieri cittadellesi e combattenti reclutati al passaggio per i villaggi dell’isola. Il giorno 3 di settembre questa compagnia entrava in contatto con i turchi che, numericamente molto superiori, ebbero  ragione dei soccorritori, lasciando sul terreno lo stesso governatore con cento dei suoi uomini migliori.</p>
<p>Questa sconfitta, distrusse, insieme alla speranza di salvezza, il morale dei maonesi. Si fecero riunioni dove si succedevano decisioni di resistere fermamente a moti di codardia di quelli che insinuavano per la capitolazione della città, sperando di trovare così pietà da parte dei nemici. Disgraziatamente prevalse questa seconda opinione; alcuni dirigenti andarono al campo dei turchi per stipulare la resa della città, con la condizione che sarebbero stati rispettati da ogni violenza loro stessi, le loro famiglie e le loro case. La triste defezione si consumò la sera del sabato 4 settembre 1535, solo due giorni e mezzo dopo l’inizio dell’assedio da parte dei turchi.</p>
<p>La notte seguente fu una bolgia dantesca per Mahon: martirio di francescani; i due che avevano dato l’allarme all’arrivo della flotta nemica, il padre guardiano fra Miguel Capò, per aver tentato di salvare le ostie consacrate, prima che i turchi le profanassero; assassinii, violazioni, incendi delle chiese, degli archivi, delle case; razzia di tutto quello che avesse un qualche valore e cattura di 600 prigionieri che, il mattino seguente furono portati con l’armata in Turchia.</p>
<p>Si è calcolato che tra morti e prigionieri, Mahon doveva aver perduto la metà della sua popolazione e quelli che potettero salvarsi, andarono a vivere a Ciutadella o nelle altre borgate di Menorca .</p>
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		<title>Il primitivo Cristianesimo a Minorca</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Dec 2009 10:41:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Origini Non esistono notizie di chi e quando si predicò per la prima volta il Vangelo a Minorca. La posizione geografica dell’Isola farebbe pensare che fu nei primi tempi del Cristianesimo, probabilmente nella stessa epoca apostolica. Le navi che in quei tempi solcavano il Mediterraneo, costeggiando i litorali d’Africa e d’Europa, o navigavano d’altura di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Origini</h2>
<p>Non esistono notizie di chi e quando si predicò per la prima volta il Vangelo a Minorca. La posizione geografica dell’Isola farebbe pensare che fu nei primi tempi del Cristianesimo, probabilmente nella stessa epoca apostolica. Le navi che in quei tempi solcavano il Mediterraneo,  costeggiando i litorali d’Africa e d’Europa, o navigavano d’altura di isola in isola: dalla Palestina a Cipro, a Creta, le Isole greche, la Sicilia , La Sardegna. Le Baleari, fino a raggiungere i porti di terraferma spagnoli.</p>
<h2>La lettera del vescovo di Minorca severo</h2>
<p>In mezzo all’oscurità di quei tempi antichi, illuminando per un istante lo stato fiorente della cristianità menorchina, brilla un documento importantissimo per la nostra storia: La lettera enciclica, cioè diretta a tutto il mondo cristiano, del Vescovo di Minorca Severo, scritta nel mese di febbraio dell’anno 417. Questa lettera è il nobile proposito della diocesi menorchina e il documento cristiano più antico delle Baleari.</p>
<p>Il vescovo Severo, risiedeva a Jammona (attuale Ciutadella), ma esercitava la sua giurisdizione su tutta l’Isola, caso curioso a prova che le chiese erano locali e non territoriali; senza dubbio lo scarso numero di cristiani di Magona (attuale Mahon), rendeva inutile il ministero di un vescovo permanente, era sufficiente un presbitero o un diacono.</p>
<p>Il vescovo raggiunge con prudenza Magona per venerare le reliquie di Santo Stefano protomartire, che Paolo Orosio portava con se al suo passaggio da Magona in direzione della penisola. In questa città ha alcune controversie bibliche con gli ebrei che dominano nel “Municipium Magontanum”e tra varie vicissitudini, si convertono i 540 ebrei magontani che si battezzano nella festa di Pasqua.</p>
<p>Nel suo comportamento e nei suoi scritti, il vescovo Severo dimostra una grande influenza di San Agostino, che in quella stessa epoca reggeva la sua diocesi di Hipona nel Nord Africa. Severo ci informa anche della sua chiesa, il suo clero, i monaci, le vergini, il popolo fedele che, accorgendosi che il suo vescovo si recava a Magona, segue spontaneamente il pastore e prende parte attiva alla liturgia e al canto dei salmi, collaborando efficacemente nella conversione degli infedeli magontani. Sono inoltre molto interessanti i dati che emergono dalla lettera sulla situazione di Minorca, la sua estensione, le sue caratteristiche fisiche ( le dimensioni, la asprezza, i boschi, le grotte..) le sue città, la situazione giuridica degli ebrei…</p>
<p>Per essere la figura e la lettera del vescovo Severo, così importante per la storia diocesana di Minorca, durante il restauro della cattedrale, furono collocate,ai lati della cattedra del Prelato, alcune parole latine che dicono: “Nel secolo quinto aveva la sua sede in Ciutadella il Vescovo Severo”.</p>
<h2>Basiliche Paleocristiane</h2>
<p>Insieme alla lettera del vescovo Severo, vari monumenti danno fede dell’antico splendore del primitivo cristianesimo menorchino.</p>
<ul>
<li>Basilica di Son Bou</li>
</ul>
<ul>
<li> Basílica des Fornás de Torelló</li>
</ul>
<ul>
<li> Basilica dell’ Isola del Rey</li>
</ul>
<ul>
<li> Basilica de Cap Des Port</li>
</ul>
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		<title>Baleari le isole dei frombolieri</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 14:27:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mario Cappa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Per capire l’origine dei frombolieri, dobbiamo richiamarci all’origine del toponimo Baleari. Alla fine del secondo millennio a.C. già esistevano i toponimi di ciascuna delle isole che formano l’Arcipelago: Kromiusa per Mallorca, Melusa per Menorca,  Pitiusa per Ibiza e Ofiusa per Formentera. Non esisteva ancora nessun toponimo che definisse l’arcipelago. Possiamo perciò dedurre che il nome [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per capire l’origine dei frombolieri, dobbiamo richiamarci all’origine del toponimo Baleari.</p>
<p>Alla fine del secondo millennio a.C. già esistevano i toponimi di ciascuna delle isole che formano l’Arcipelago: Kromiusa per Mallorca, Melusa per Menorca,  Pitiusa per Ibiza e Ofiusa per Formentera. Non esisteva ancora nessun toponimo che definisse l’arcipelago. Possiamo perciò dedurre che il nome Baleari è posteriore a questo periodo.</p>
<p>Sappiamo che il nome delle due isole più grandi era Baleari o Gimnesie, dipendendo dalle fonti che prendiamo in considerazione. Per esempio, per Diodoro, “i greci le denominano Gimnesie e i romani Baleari, volendo dire che i loro abitanti erano i migliori per lanciare pietre con la fionda.” Anche Plinio dice: “ le isole Baleari, le isole dei frombolieri, i greci le chiamarono Gimnesie.” E Tolomeo: “Le isole Baleari sono due, denominate in greco Gimnesie.</p>
<p>Per alcuni autori classici; le isole Baleari “furono in primo luogo denominate Gimnesie e quando furono occupate dai greci, questi, dato che i suoi abitanti attaccavano con pietre che facevano ruotare con le fionde, le denominarono Baleari, nome derivato che vuol dire : lanciare” (Virgilio).</p>
<p>Troviamo anche un chiaro riferimento alla possibile origine del toponimo Baleari in una delle note di Isidoro di Siviglia (560-636 d:C.), per il quale “ l’idea di tirar pietre si pensò per la prima volta nelle isole Baleari, da li gli venne il nome, già che tirare, in greco si dice ballein”.</p>
<p>Recentemente le teorie riferite alla relazione tra la radice etimologica greca ballein e il nome Baleari, sembra siano state contestate e si scarta l’origine ellenica. Una nuova teoria suggerisce che l’origine del nome Baleari sia Punico, dato che proverrebbe dal plurale “ba’ le yaroh”. Il sostantivo “ba’ le” significa “quelli che esercitano il mestiere di” e si comporta come soggetto del verbo “yaroh” che significa “tirar pietre”. Il significato approssimativo sarebbe  “i maestri del lancio”. Perciò, Baleari sarebbe sinonimo di frombolieri.</p>
<p>L’altro appellativo, quello di Gimnesie sarebbe riferito alle isole dei gimneti, letteralmente nudi, in greco. E questo era il termine tecnico usato nell’esercito greco per designare la fanteria leggera.</p>
<p>Hesichio di Alessandria, nel suo dizionario, da questa definizione del  termine gimneta:</p>
<blockquote><p>“Si denomina gimneta colui che non porta armi, sia perché lotta nudo,  che perché è fromboliere.”</p></blockquote>
<p>In questo modo, le isole dei gimneti o gimnesie erano le isole dei soldati appiedati. Così come vedremo più avanti, i frombolieri baleari furono un corpo organizzato, che combatteva sempre con la fanteria leggera dell’esercito che li ingaggiava, fossero romani o cartaginesi.</p>
<p>In sintesi, i greci utilizzarono la parola gimnesie per riferirsi alle isole di Mallorca e Menorca. I cartaginesi e romani preferirono la denominazione Baleari, mentre tutti  denominarono Pitiuse le isole di Ibiza e Formentera.</p>
<p>Concludendo, se il termine gimneta definisce il soldato che combatte a piedi e i Baleari si organizzarono come corpo di combattimento molto dopo essere conosciuti come frombolieri, la denominazione baleari, data agli abitanti delle isole, deve essere molto anteriore a quella di gimneta e per ciò le isole dovettero essere conosciute come baleari  prima che come gimnesie.</p>
<h2>Il fromboliere baleare</h2>
<p>Il materiale che si utilizzava per la costruzione di una fionda era diverso, a volte si utilizzava fibra vegetale intrecciata: lino, canapa o anche crine di animali. In altre occasioni di usavano anche gli intestini o i nervi intrecciati di qualche animale. Si crede che la fionda fu inventata durante il paleolitico, quando l’uomo aveva imparato a intrecciare e tessere. Possiamo immaginare che era, in un primo tempo, arma di difesa, che poi si riveló utile anche per la caccia.</p>
<p>I proiettili erano di pietra o di piombo. Quelli di pietra si sceglievano rigorosamente in base alla loro durezza e aerodinamicità. Pesavano intorno a 100 grammi e un fromboliere addestrato poteva raggiungere anche i 100 metri con buona precisione.</p>
<p>I proiettili di piombo si fabbricavano con uno stampo e avevano il vantaggio di incrementare la capacità d’impatto e penetrazione negli elementi solidi come le protezioni metalliche e di cuoio del nemico. Il peso di ognuno di questi proiettili oscillava tra i 40 e i 90 grammi e permetteva di raggiungere più velocità, maggiore portata e ridurre l’effetto di ritardo.</p>
<p>Alcuni proiettili di piombo trovati, avevano l’iscrizione del lider dell’esercito al quale apparteneva il fromboliere. In un proiettile trovato a Sanitja, principale giacimento archeologico di Minorca, situato nella spiaggia a ovest del Capo di Cavalleria, nel territorio di Es Mercadal, appaiono le lettere “CAE” che si potrebbero attribuire alla abbreviazione di Quinto Cecilio Metello, il console romano che sottomise le Baleari all’Impero Romano nel 123 a.C.</p>
<p>La ragione per la quale i frombolieri erano considerati letali ed efficienti, si deve al fatto che i bambini, dalla loro nascita erano addestrati all’uso della fionda, vedendosi così perennemente obbligati a un continuo perfezionamento del suo uso. Nel Poema  Alexandra di Licofronte di Calcide (280 a.C.), ai versi 633-641, quando parla dei fuggitivi della guerra di Troia che arrivano a Gimnesia dà  questa descrizione: “..e altri, dopo  aver navigato come granchi tra le rocce di Gimnesia circondati dal mare, trascinarono la loro esistenza coperti di pelli, senza vestiti, scalzi, armati di tre fionde con doppia corda. E le madri insegnavano ai propri figli più piccoli, a digiuno, l’arte di tirare e nessuno di loro metteva il pane in bocca se prima, con una pietra precisa, non lo colpiva come bersaglio su di un palo”.</p>
<p>Potrebbe sembrare inverosimile che un simile artificio come la fionda possa essere capace di finire un soldato ben equipaggiato e addestrato al combattimento. Secondo Diodoro di Sicilia ( Iº secolo a.C.): “il suo equipaggiamento da combattimento è composto da tre fionde, una delle quali la porta avvolta intorno alla  testa, un’altra legata alla cintura e la terza in mano; utilizzando quest’arma, sono capaci di tirare proiettili maggiori che quelli lanciati da altri frombolieri e con una forza tanto grande che sembra lanciato da una catapulta. Per questo, negli attacchi alle città sono capaci di disarmare e abbattere i difensori che si trovano sulla muraglia e se si tratta di combattimenti in campo aperto, riescono a rompere un numero enorme di scudi, elmi e ogni sorta di corazze”.</p>
<p>Delle tre fionde di cui erano equipaggiati, usavano quella avvolta in testa per lanci a corta distanza, quella legata alla cintura la usavano per lanci di proiettili di maggiore peso e a lunga distanza, quella che avevano sempre in mano era per dimensioni la più maneggevole.</p>
<p>Il loro grande valore e la loro perizia in combattimento, li fecero diventare soldati famosi in tutto il Mediterraneo. Combatterono, come mercenari, nella guerra greco-punica in favore dei fenici, e fu decisiva la loro presenza nella guerra di Sicilia contro l’impero greco. (è interessante la lettura del libro di Valerio Massimo Manfredi “Il Tiranno” nel quale l’autore cita la presenza di questi frombolieri in quella contesa).</p>
<p>Una volta esaurito il contenzioso greco-punico sul suolo siciliano, cominciò la rivalità tra Cartagine e Roma. Le relazioni tra i due imperi erano cordiali fino a quando Roma non si convertì in una potenza navale e commerciale, estendendo la sua influenza fuori della penisola italica, così non tardarono a sorgere le prevedibili dispute di tipo economico e politico, finendo per scatenare la prima guerra punica.</p>
<p>Delle tre diverse guerre puniche, (che abbracciarono un periodo di tempo compreso tra il 264 a.C. e il 146 a: C.), i frombolieri Baleari combatterono come mercenari nelle prime due dal lato di Amilcare Barca, agli ordini di suo genero Asdrubale ed anche lo fecero posteriormente con la sfida di suo figlio Annibale  nella battaglia di Cannes (agosto 216 a: C.).</p>
<h2>Nel campo di battaglia</h2>
<p>Il fromboliere lottava sempre nella prima linea, come soldato di fanteria leggera e la sua funzione principale era quella di rompere l’ordine difensivo del nemico, insieme con gli arcieri, lanciando proiettili che causassero il maggior disordine possibile nelle file nemiche.</p>
<p>Nel campo di battaglia si disponevano sempre da 2 a 3 metri di distanza tra loro per poter maneggiare la fionda senza ostacolarsi a vicenda ed effettivamente le scariche dei frombolieri nelle formazioni nemiche erano terribili, sia che i proiettili lanciati fossero di pietra o di piombo, potevano raggiungere il peso di mezzo kilo e distruggevano qualsiasi tipo di scudo o armatura dell’epoca. Non è difficile immaginare la devastazione che provocavano.</p>
<p>Facendo parte della prima linea, dovevano eseguire il ripiegamento rapido e ordinato ai fianchi per lasciar passo al resto dell’esercito che iniziava la carica, dopo aver esaurito tutti i loro proiettili contro l’avversario. Durante il combattimento si proteggevano con uno scudo di pelle di capra e un giavellotto indurito al fuoco. Come abbiamo visto, usavano tre tipi di fionde, selezionando con mortale precisione quella più idonea in ciascuna necessità del combattimento.</p>
<p>Anche se erano mercenari che vendevano i loro servigi al miglior offerente, generalmente erano pagati in natura, soprattutto per cose che non erano abbondanti nelle isole Baleari, come vino, olio o donne.</p>
<p>Il loro contributo alla storia, non finì con il loro appoggio ai Cartaginesi durante più di duecento anni, dato che quando Roma posò i suoi artigli sulle isole, Quinto Cecilio Metello dovette vedersela con i già conosciuti  e temuti frombolieri; di fatto, per avvicinarsi alle isole, i romani dovettero corazzare  le loro imbarcazioni, foderandole con del cuoio dato che i frombolieri le affondavano  sparando alla linea di galleggiamento. Basta dire che, fu tale la sofferenza delle legioni romane, che impiegarono due anni interi per sottomettere le isole.</p>
<p>Dopo la conquista delle Baleari, questi mercenari passarono a far parte delle truppe ausiliarie romane e combatterono con Giulio Cesare nella sua conquista della Gallia.</p>
<p>La fine dei frombolieri, non fu provocata da un esercito invasore. Fu, giustamente, la raggiunta stabilità, il periodo di “Pax Romana” che si estese dentro le frontiere dell’impero, favorendo il commercio e lo sfruttamento degli allevamenti del bestiame e dell’agricoltura con nuovi prodotti come l’olio, il vino, il grano, così come la progressiva “romanizzazione” delle isole sottomesse, formando un nuovo stile di vita nel quale non c’era spazio per la fionda, convertita in strumento di gioco dei pastori, nelle mani dei quali è arrivata fino ai nostri giorni.</p>
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