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C’era una volta MinorcaQuando sorvolo le isole delle Baleari dal piccolo oblò dell’aereo il colpo d’occhio è di quelli che ti fanno stare in contemplazione e non posso fare a meno di rimanere estasiato nel vedere la fascia costiera così profondamente incisa e così magistralmente scenografica. Penso tra di me che una mano felice su commissione divina deve aver disegnato con tanta cura quei contorni così variegati dove si susseguono calette e porticcioli, arenili ed insenature di rara bellezza. Ogni angolo del litorale pare fatto apposta per soddisfare qualsiasi destinazione d’uso, da quello turistico a quello di approdo per la navigazione. Sarà stato per questo, oltre che per il paesaggio suggestivo ed il clima mite che deve aver suscitato la voracità e le mire espansionistiche di francesi ed inglesi che nei secoli scorsi si sono contesi a suon di cruente battaglie quel manipolo di isole sistemate in posizione strategica nel cuore del mediterraneo. Ma la Storia, si sa, esige sempre un conto salato in termini di vittime da sacrificare, prima che si stabilisca che un arcipelago affiorato a poche miglia da Barcellona sia riconquistato dallo Stato più legittimo dal punto di vista geografico. La Storia insegna anche che la legittimità di una Terra prescinde da questo punto di vista; i due presidi di Ceuta e Melilla dovrebbero appartenere al Marocco settentrionale ed invece bisogna fare i conti con la ragion di Stato, la geopolitica, gli scontri di civiltà, gli interessi economici. Atterro nell’isola di Minorca, più volte visitata per abbracciare mio fratello, che alcuni lustri fa insieme alla sua compagna decise di cercare un rifugio per una fase speciale della vita, quella post-lavorativa. Faceva parte del popolo “sail and stay” (naviga a vela e metti radici), finché non trovò un approdo sicuro in uno dei tanti porti naturali riparato dai venti. Il suo Vagabond a due alberi poteva essere ancorato comodamente a Porto Addaya. L’isola a quei tempi era poco abitata, molto più selvaggia di quanto lo è oggi. Si scoprivano fondali pescosi, piante di posidonia, saraghi luccicanti che saltavano fuori dalle acque in mezzo alle poche barche ancorate nel porto. Poi con il passare del tempo l’isola si è antropizzata al punto tale che è diventata sempre più una meta frequentata dal turismo di massa. Defilata e poco attraente un tempo, la seconda isola si è evoluta, ha acquisito nuovi servizi adatti ai residenti ed ai villeggianti sempre più numerosi, e di conseguenza è entrata nel mirino del mercato immobiliare. Se da un lato si assiste ad un proliferare di interventi pubblici e privati che la rendono più agevole da visitare, oggi si deve dire a malincuore, c’era una volta Minorca, c’era una volta Porto Addaya, battuta da stranieri e italiani centimetro per centimetro, in cerca del posto ideale dove soggiornare. Ora il progresso ha portato l’internet, le strade più comode e illuminate, ogni piccolo lotto di terreno con la sua nuova costruzione, con uno stile improvvisato, con lo specchio d’acqua personalizzato per fare il bagno all’aperto vicino alla propria casa, con il mare a portata di mare. Ora nell’isola a ridosso dei muri a secco sono state create le inevitabili isole ecologiche per venire incontro ai bisogni consumistici del popolo vacanziero, ora mutatis mutandis, il posto è ancora molto attraente, ma è avviato a somigliare sempre di più ad una piccola città di mare, dove si fa fatica a vedere di sera un cielo stellato quando la luna è cieca. Ora quando l’aereo decolla da Mahon lo sguardo viene colpito dalle numerose costruzioni che ampliano i piccoli centri, sui litorali come all’interno dell’isola e più mi allontano e più sono colpito dal numero sempre crescente di piscine che come quadri monocromatici sono gli ultimi dettagli che impressionano la mia immaginazione prima di salire ad alta quota e scomparire nelle nuvole, alla ricerca del tempo perduto.
Ettore Cappa (Ostuni 28 agosto 2007)
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