Centro Studi – Memorial Corazzata Roma
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La piccola isola del Rey, museo della memoria
Una visita piena di suggestioni.
Nelle acque antistanti il lunghissimo porto di Mahon, nell’isola di Menorca alle Baleares, c’è una crosta di roccia e terriccio chiamata Isla del Rey dove è ubicato un ampio e antico fabbricato formato da molti stanzoni a volta ellittica, adibito un tempo ad Ospedale Navale. Era destinato ad accogliere e dare conforto alle tante, troppe vittime delle infinite guerre che si susseguivano in Europa e che si espandevano a macchia d’olio su tutto il pianeta. Con una tenace opera di volontariato che va avanti dall’anno 2004, attraverso la Fundación de la Isla del Rey, si sta cercando di recuperarlo ed è anche possibile rendersi conto di cosa accade ogni settimana su questo singolare isolotto adagiato alla fonda a poca distanza dal centro abitato.
Se si apre il sito www.islahospitalmenorca.org, nella barra di navigazione della homepage, si accede al link fotografico e subito ci si rende partecipi di quel che avviene puntualmente ogni domenica mattina. Vengono traghettati con un gommone gruppi di visitatori che insieme ai responsabili della Fundación trovano accoglienza nelle stanze dove sono in corso i lavori di manutenzione e nei recinti all’aperto dove si piantano nuovi alberi e si provvede a ripulire prati e aiuole invasi dalla vegetazione selvaggia. È tutto un proliferare di braccia appartenenti alle varie professioni, dalle attività casalinghe e artigianali a quelle culturali ed a riposo che in una spontanea comunità d’intenti cercano di ridare dignità e decoro ad una struttura muraria fatiscente ed abbandonata, testimone tangibile di storie dolorose legate alle utopiche frustrazioni e ai deliri di conquista degli uomini di potere.
Si raccoglie svariato materiale, si ripuliscono o si restaurano pareti, finestre, porte e oggetti per cercare di ridare una nuova identità ai luoghi di una memoria che ha bisogno di essere ricomposta e riannodata, come se il tempo avesse voluto interrompere una densa pagina di calamità incancellabili. In una di queste sale ha ripreso forma e splendore la piccola Cappella con una acquasantiera ed un altare di pietra sovrastato dalla piccola statua della Madonna; ai lati ha la rara prerogativa di essere affiancata da due luminose finestre che si affacciano direttamente sul mare, non un mare aperto, minaccioso e imprevedibile, ma un sottile affluente insinuatosi in un budello riparato dai venti dove una mano misericordiosa volle adagiare un’oasi di accoglienza per tutti i naufraghi delle tempeste belliche. Un’altra stanza doveva servire da sala operatoria e ambulatorio, ed ora si possono già vedere una serie di attrezzi nelle teche e tutto ciò che occorreva per prestare le prime cure a chi ne aveva bisogno. Un lavoro paziente, capillare, prezioso quanto impegnativo che deve poter essere organizzato in modo funzionale, come sta avvenendo per un’altra sede che ospita un altro significativo evento. Ha già il suo nome, lo hanno chiamato il museo della corazzata “Roma”, il cui tragico destino trova il suo epilogo proprio su questa zattera di salvataggio, sulla piccola isola della grande isola, in spagnolo è l’isla del Rey dell’isla di Menorca. Una strana coincidenza salta fuori anche per la località dove la nave fu colpita ed affondata, nell’isola dell’Asinara dell’isola della Sardegna, un’altra isola dell’isola. Un gemellaggio di terre nelle acque del Mediterraneo per una storia ampiamente documentata in libri e numerosi websiti Internet. In questa sala dell’Hospital dove campeggia un tricolore italiano sono stati montati dei pannelli a fisarmonica con le fotografie d’epoca in bianco e nero che danno conto dell’imponenza della nave da guerra, e per rammentare il volto dell’ammiraglio Bergamini che ne era il maggiore responsabile, perito insieme ai suoi uomini. Sono anche ricordati alcuni dei superstiti che furono recuperati e trasferiti sull’isolotto e che, ad eccezione di pochissimi sopravvissuti, col passare degli anni sono andati a raggiungere i loro compagni nelle lontane dimore ultraterrene.
A perenne ricordo dei marinai italiani caduti per una crudele beffa del destino il giorno successivo alla data di armistizio, è stato eretto a suo tempo un sacrario nel cimitero di Mahon, dove è possibile portare un fiore per onorare tutti coloro la cui unica colpa era quella di rispettare l’impegno di un giuramento prestato per difendere le sorti di un Paese in guerra. Le analisi storiche hanno fatto il loro corso e stabilito il cumulo di responsabilità, ma per chi si è ritrovato coinvolto in una drammatica avventura come quella della “Roma”, una nave che non aveva ancora sparato neppure un colpo alla fine di un rovinoso conflitto mondiale, è legittimo che riceva lo stesso rispetto ed uguale riconoscimento in un ambito museale non poi così lontano dalla propria Patria. E non si può che condividere la meritoria iniziativa di ridare vigore e lustro ad un edificio così significativo per la fratellanza dei popoli, di come sia vera la passione che potremmo definire <<amorosa>> con cui gli amici spagnoli abbracciano idealmente tutti coloro che intendono far parte di una nutrita schiera di cittadini il cui obiettivo comune non può che essere quello di riunire forze e ideali per continuare a coltivare e trasmettere il prezioso seme del patto di convivenza civile e pacifico e del dialogo che è necessario incoraggiare pensando alle future generazioni che su quest’isola si troveranno ad approdare.
Il museo della corazzata “Roma”, questa traumatica pagina di storia italiana in terra spagnola finalmente ricostruita attraverso una vasta documentazione e numerose testimonianze, deve servire a fornire una profonda riflessione, deve rappresentare una sorta di faro sempre acceso, di bussola orientativa per un potere che sappia essere davvero al servizio di tutti i cittadini e del loro benessere condiviso, al di là delle rispettive fedi religiose, laiche e politiche, che sappia fare tesoro del sacrificio di tante vite umane, anche se, è doloroso ammetterlo, l’ineluttabilità della guerra non si riuscirà mai a sconfiggerla definitivamente, non si riuscirà mai a destinarla nelle discariche dell’oblio. Sperare è legittimo e non significa solo guardare avanti con ottimismo, ma soprattutto guardare indietro per vedere come sia possibile configurare quel passato che ci abita, con tutte le sue infinite sofferenze, per giocarlo in vista di possibilità a venire dense di ben altri significati esistenziali. Custodendo il passato abbiamo bisogno di dischiudere altri sensi ed altri orizzonti che non siano solo quelle notti buie ed enigmatiche dei nostri avi racchiuse in un museo.
Gettando lo sguardo al di là di quelle finestre dell’Oratorio sentiamo ancor di più vibrare nei nostri cuori il richiamo alla ragione senza il quale non si garantisce un indomani che sia giorno e poi ancora giorno con i suoi rintocchi di pace e democrazia, con la sua voglia di considerare la vita unica, sacra e inviolabile.