Il secondo assalto turco a Ciutadella nel 1558

Storia di Minorca 2º

Ventitrè anni dopo la storia si ripete, questa volta contro Ciutadella, allora capitale dell’Isola, per opera di un altro naturalizzato turco di nome Piali Pascià. Era nato nel 1520 in Ungheria, figlio di genitori cristiani che si suppone fossero morti nella battaglia di Mohac, dove fu trovato dai turchi. Fu educato alla corte del sultano Solimano riuscendo, giovanissimo, a raggiungere la dignità di Pascià e Visir. Uomo di gran talento per la guerra, lo dimostrò in diverse occasioni. Nel 1555, alleato con i francesi, combatté contro gli spagnoli e i genovesi.

Nella guerra totale del Mediterraneo nell’estate del 1558, scaturita, l’estate precedente, dalla sconfitta francese a San Quintino, uno degli episodi più drammatici fu il saccheggio e la distruzione di Ciutadella, all’inizio di luglio di quell’anno.

L’Armata turca composta da 140 o 150 navi  con 15000 uomini armati e addestrati, con più di venti cannoni, arrivò prima a Mahon, con l’intenzione di assediare il castello. I mahonesi opposero una tale resistenza che affondarono 3 o 4 galere turche. Comprendendo Piali che la sua intenzione di saccheggiare Mahon non avrebbe avuto successo, ordinò di trasferire la flotta a Ciutadella, presentandosi davanti alla città l’ultimo giorno del mese di giugno 1558. Il giorno seguente, l’ammiraglio ottomano ordinò di sbarcare i soldati e le artiglierie per piazzarle di fronte alla città e cominciare a vomitare fuoco e ferro per demolire la muraglia e fare di ogni abitante un eroe, un martire per la Patria.

Era veramente esigua la guarnigione a Ciutadella, dove casualmente si trovava il capitano Miguel de Negrete con alcuni soldati forestieri, castigliani per la maggior parte, i quali formarono con i soldati della città una truppa scarsa e debole, nonostante che il reggente Bartolomé Arguimbau avesse percorso in un giorno tutti i villaggi di Minorca, reclutando gente disponibile che insieme con quelli della capitale, formarono l’esercito assediato, composto di 400 uomini di Ciutadella, 110 di Alaior, 100 di Mercadal, e 7 o 8 di Mahon, gli unici arrivati dei 50 che erano partiti e 40 soldati comandati dal capitano Negrete. Con questo pugno di uomini bisognava resistere all’esercito nemico.

L’aiutante del governatore aveva inviato a Maiorca, a rischio della sua vita, il marinaio Pedro Campllonc a dare l’allarme, ma dalla vicina Isola non arrivò nessun tipo di  aiuto; condotta osservata anche dalla Catalogna che grazie a una barca che era giunta da Minorca a San Feliu de Guixols, aveva avuto la notizia dell’assedio, ciò servì ai catalani per prepararsi a qualsiasi attacco a casa loro, ma anche loro non inviarono nessun rinforzo alla Baleare Minore.

I menorchini da soli, lottarono eroicamente e magnanimamente. Quando il 2 di giugno, gli assediati tentarono una sortita per distruggere i 24 cannoni dell’artiglieria turca, nonostante la resistenza opposta dai turchi, nelle trincee non trovarono l’artiglieria, che cominciò a bombardare la muraglia il giorno dopo.

Continuo e incessante era il fuoco dell’artiglieria che si alternava al fuoco degli archibugi, senza sosta né degli assedianti e né degli assediati; alcuni morivano e altri cadevano di sonno e di fatica, per rialzarsi e combattere con più brio e valentia, mentre le donne lavoravano senza sosta e caparbiamente, fortificando e riparando bastioni e mura, nelle quali si erano aperte grandi brecce, con rami, terra, suppellettili, materassi e ogni cosa possibile, compresi i corpi dei morti.

Mentre i difensori di Ciutadella si comportavano eroicamente, durante la notte, per evitare che la luce del giorno facesse scoprire il suo tradimento, un rinnegato, ai piedi della Muraglia, chiamava con il loro nome Arguimbau e Negrete intimandogli in nome di Piali Pascià che si arrendessero con l’offerta di riceverli e lasciarli andare con i loro compagni liberamente; audace ambasciata alla quale gli assediati rispondevano con il piombo degli archibugi, avendo ancora l’accortezza di avvertire l’emissario che si ritirasse prima di sparargli addosso, un comportamento nobile e valoroso.

Nove giorni e nove notti gli eroici soldati resistettero all’esercito invasore, vedendo aprirsi, prima brecce nel baluardo dei Frati, poi demolire gran parte della muraglia di San Giovanni, che il fuoco aveva già distrutto in parte. Si rompevano così le difese ai piedi delle quali morivano i valorosi artiglieri che fronteggiavano l’assalto dei turchi che per quattro volte con gran dispiegamento di uomini, tentarono di scalare le mura per entrare nella città, ma fu impossibile, per la difesa degli assediati che uccisero molti turchi impadronendosi anche delle loro bandiere, perdendo però molti uomini, tanto che alla fine della battaglia, il governatore e il capitano contando le forze che rimanevano, videro con dolore come si erano decimati i difensori. Dei 620 uomini, ne rimanevano appena 200 in grado di usare un’arma.

Nonostante tutto, né i lamenti dei feriti, né i corpi dei morti ammucchiati nelle trincee insanguinate e neppure le sconfortate facce dei sopravvissuti, fecero diminuire il valore degli sparuti difensori, che pur avendo l’incendio della Casa Comunale dove si custodivano le munizioni, bruciato una grande quantità di esse, non abbassavano mai la guardia, animati dall’esempio del Reggente che non abbandonò mai, né di notte e né di giorno, ora a cavallo ora a piedi, mostrandosi a tutti, con il suo corpo insanguinato a causa di una scheggia di bronzo di un cannone della sua batteria, esploso nel momento che egli stesso stava accendendo la miccia.

Non ricevendo nessun aiuto si cominciava a capire che la resistenza era impossibile, ma nonostante la forza soverchiante di cui disponeva, potendo ormai entrare molto facilmente in città, il nemico si preparava ad abbattere anche l’altro lato della muraglia dalla parte della porta di Salas; mentre la difesa si assottigliava considerevolmente, i  giurati, i capitani e altra gente si riunirono per chiedere al reggente Arguimbau e al capitano Negrete di abbandonare la città, per condurre le donne e i bambini a Mahon. I due capi erano contrari alla richiesta dell’assemblea, pur sapendo che non avrebbero potuto reggere a un nuovo assalto, erano disposti a resistere “usque ad mortem” fino all’estremo, ma la loro determinazione non prevalse e la maggioranza, come certificato in un documento dal notaio Martin Antonio Bonet, dispose per quella stessa notte l’abbandono di Ciutadella, notizia che circolò rapidamente tra la popolazione che si raccolse immediatamente alle porte della città, con grande lavoro di Arguimbau e Negrete per mantenere l’ordine e organizzare l’uscita, da effettuarsi dopo una ricognizione esplorativa da parte di tre uomini sotto giuramento.

Al ritorno degli esploratori, assicuratisi che la strada era libera, fu ordinato a quelli di Alaior e di Mercadal di formare l’avanguardia seguiti dalle donne, vecchi, bambini, feriti e gente inabile, scortati nella retroguardia dal Governatore e il Capitano con le forze restanti. Così si fece e quando non erano ancora usciti tutti dalla città, l’avanguardia s’imbatté nei turchi e non avendo altra scelta, furono obbligati a rifugiarsi nuovamente nella città.

Al conoscere il generale turco la disperata situazione degli assediati, all’alba del 9 luglio, assaltò con maggiore impeto la muraglia, difesa da un pugno di eroi, sui cadaveri dei quali passarono e entrando dalla porta della Salas arrivarono fino alla piazza del Borne dove dovettero lottare con alcuni agguerriti soldati che fecero retrocedere i turchi fino alla batteria. Erano pochi contro una moltitudine e dovettero soccombere davanti alla forza del numero dei corsari che entrarono in città saccheggiando e uccidendo, distruggendo e incendiando.

Il vandalico furore del vincitore non rispettava niente e nessuno. Gli archivi erano saccheggiati e i documenti bruciati, le case, le Chiese e i monasteri erano distrutti, gli altari, gli ornamenti sacri e ogni oggetto destinato al culto divino, rubati o incendiati; distrutti i campi per un raggio di due leghe, sacrificato il bestiame e il più abbietto di tutti i crimini, disonorato le giovani ragazze, martirizzato frati e suore che si erano rifugiati nei conventi, sgozzati molti difensori e i restanti sopravvissuti, che superavano i quattromila, condotti nelle prigioni di Costantinopoli per morire di stenti o per arricchire le bellezze dei serragli della città del Bosforo.

Sono così memorabili questi fatti storici, secondo quello che ci racconta l’atto di Costantinopoli,che ogni anno si ricorda questa data con la celebrazione di una Messa di suffragio nella Cattedrale Menorchina al termine della quale il popolo si concentra nel Municipio dove si da lettura del citato documento.

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